Aumenta il divario economico e sociale nel mondo: aumentano i ricchi e i poveri, dimuisce la classe media.

Un po’ lo sapevamo, un po’ lo immaginavamo. Ma adesso ce lo mette per iscritto, nel suo Rapporto Annuale sulla Ricchezza, l’autorevole think tank britannico RBC Wealth Management. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Il fenomeno, che fino a qualche anno fa riguardava solo alcuni paesi e in molti altri era invece in diminuzione (il fattore Gini, usato per calcolare il tasso di distribuzione reale della ricchezza, in paesi come l’Italia ed il Giappone è stato in costante calo dal dopoguerra) è oramai di dimensioni planetarie, e sta strangolando la famosa “classe media”. Che dove c’era – nei paesi industrializzati – sta riducendosi vistosamente, e dove non c’era – nei paesi cosiddetti “emergenti” – rischia di non nascere proprio.

Oggi o si diventa miliardari, o si crepa di fame. Insomma, il mondo sta diventando, tanto per fare un esempio a me noto perché a suo tempo ci ho vissuto, come le Filippine, dove il 10% della popolazione, rappresentato da un centinaio di famiglie “bene”, deteneva (e presumibilmente tutt’ora detiene) oltre l’80% della ricchezza nazionale. Famiglie che risalgono all’epoca della colonizzazione spagnola, passate indenni attraverso l’occupazione americana, giapponese e la dittatura di Marcos.

Secondo il citato rapporto, nel mondo ci sono oggi circa 12 milioni di persone che hanno a disposizione liquidità immediate superiore al milione di dollari. Un aumento del 10% rispetto all’anno scorso. E ciò che colpisce ulteriormente è che all’interno di questo esercito di “paperoni” globali sono i più ricchi dei ricchi a farla, è proprio il caso di dirlo, da “padroni”. Sono infatti quelli che dispongono di liquidità superiore a 30 milioni di dollari (un totale di 112 mila persone, due terzi delle quali risiedono in Asia) quelli ad aver registrato un maggiore incremento delle proprie ricchezze: più 32%, nel corso del 2012.

I nuovi miliardari sono molto diversi dai vecchi. Alla vecchia categoria dei “padroni” del vapore, industriali e imprenditori del settore manifatturiero, si è sostituita una classe di speculatori, operatori finanziari, concessionari di risorse e materie prime, banchieri e managers che “pur non inventando o producendo nulla” – si legge nel rapporto – “vedono moltiplicarsi esponenzialmente profitti e stipendi”.

Un fenomeno che non va sottovalutato: “Alla crescita esponenziale delle ricchezze di pochi corrisponde la progressiva scomparsa della classe media” ha dichiarato di recente l’economista Alan Krueger, dimessosi di recente dal prestigioso incarico di consigliere del Presidente Usa Barack Obama “una situazione che prima o poi provocherà conseguenze drammatiche, a livello planetario”. Rischio confermato da un altro recente rapporto ufficiale, quello sull’andamento dei salari redatto ogni anno dall’ILO, l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro. Dal quale si evince che a livello globale – persino in Cina, dove i salari, pur in leggero aumento, crescono in percentuale minore rispetto al PIL – i salari giocano una parte sempre meno rilevante nella formazione del prodotto nazionale lordo.

Anche la produttività, denuncia il rapporto dell’ILO, ha un impatto sempre meno rilevante sui salari. Negli Usa, ad esempio, la produttività nel settore manufatturiero è cresciuta, negli ultimi 30 anni, dell’85%, mentre i salari reali di appena il 35%. Anche la Germania, considerata un modello di crescita della classe media, denuncia lo stesso trend. Negli ultimi vent’anni, produttività aumentata del 15%, ma salari (reali) fermi. Altra conseguenza drammatica, secondo Alan Krueger, è il “blocco” della mobilità sociale. Mentre i super-ricchi riescono a mantenersi “uniti” e a trasmettere i loro provilegi, i poveri fanno fatica a “salire”. Insomma, sempre più difficile salire i gradini della scala sociale. Anzi. E’ come se la scala sia propria sparita.