Le nuove tecnologie di estrazione e di impiego dei fossili incontrano crescenti resistenze e sollevano obiezioni prima ancora del loro impiego massiccio. Vale per le perforazioni e per lo spappolamento delle rocce per ottenere gas di scisto e per le ipotesi di sequestro della CO2 a valle della combustione del carbone. Essendo tuttora imprecisato l’impatto ambientale di questi processi ad alta entropia – anche se è fuor di dubbio che l’analisi del ciclo di vita di filiere così complesse ne metta in discussione la praticabilità – è un atteggiamento culturale e politico quello che fa propendere per la loro affermazione o il loro rifiuto.

Così, nel caso dello shale gas, la prospettiva di una futura indipendenza energetica e l’indebita tolleranza per l’esternalizzazione dei costi ambientali, fa assumere al governo americano una posizione di assoluto sostegno, mentre porta la Commissione europea a tergiversare sulle prospettive di fracking nel vecchio continente. C’è perfino un fondo culturale nella diversità di approccio: in Europa il principio di precauzione vincola a considerare preventivamente gli effetti sulla vita e l’ambiente dell’introduzione di nuove tecnologie e a non ridurre la discussione sui possibili vantaggi agli artifici finanziari e di dumping valutario che possono favorire un abbassamento dei prezzi sul mercato, a discapito della salute o della sopravvivenza stessa.

È in atto un autentico assalto delle lobby americane, appoggiate in particolare dalla Polonia e, meno esplicitamente, dall’Inghilterra, per far entrare nell’agenda politica europea i combustibili fossili non convenzionali. Si è svolta una consultazione pubblica, i cui risultati sono stati presentati dalla Direzione ambiente della Commissione il 7 giugno, che ha potuto dimostrare come oltre il 60% degli intervistati è contrario allo sviluppo di shale gas in Europa. La grande maggioranza delle risposte concorda sulla mancanza di una legislazione adeguata, il bisogno di informazione del pubblico e la mancanza di accettazione popolare di un rilancio di combustibili fossili.

Nonostante l’opposizione della cittadinanza, i media anche nel nostro Paese propongono l’ipotesi di un vantaggio sulla bolletta elettrica (è quello che in maniera poco trasparente il ministro Zanonato ha assicurato per i costi dell’energia, facendo intendere che, mentre le rinnovabili pesano sulle tariffe al consumatore finale, tutti beneficeranno della riduzione presunta del prezzo del gas comprato sulla piazza olandese).

Numerose analisi dei potenziali effetti del gas da scisto sulla convenienza all’acquisto sono molto caute e arrivano a valutare, secondo uno studio dell’Agenzia internazionale per l’energia, che i costi di produzione in Europa siano due volte superiori a quelli degli Stati Uniti, anche perché ci sono importanti differenze geologiche e geografiche, oltre ad una maggiore densità di popolazione.

In queste settimane ha fatto molto scalpore un documento di esperti tedeschi che definiscono il fracking inutile e rischioso, dubitando che lo sviluppo di shale gas sia economicamente redditizio e utile per la transizione energetica del loro Paese, derivante dalla decisione di chiudere tutti i reattori nucleari entro il 2022. Essi, in particolare, mettono in discussione la tecnologia stessa e chiedono un procedimento europeo per la valutazione dell’impatto ambientale.

Secondo loro, il fracking dovrebbe limitarsi a essere utilizzato in progetti pilota, con una valutazione obbligatoria dei suoi effetti ambientali e con “stretto monitoraggio scientifico”. Questi tipi di progetti dimostrativi dovrebbero essere pianificati e attuati in modo trasparente, coinvolgendo il pubblico e in conformità con il principio “chi inquina paga”. I costi derivanti, poi, dovrebbero essere a carico del settore di estrazione Questi esperti concludono che, poiché non vi è ancora alcuna analisi completa del ciclo di vita, è incerta perfino la questione se lo shale gas  abbia un’impronta di carbonio inferiore a quella del carbone. Tenendo conto di tutti i requisiti di sicurezza necessari, il potenziale di shale gas sfruttabili in Germania, in Italia e in Francia è così piccolo che non avrebbe alcun impatto sui prezzi energetici regionali. Allora perché farne il perno delle future strategie energetiche, compresa la nostra SEN, sottratta al dibattito pubblico e infilata sotto il tappeto delle “larghe intese”?

Gli Stati Uniti sono esplicitamente per l’estrazione di gas di scisto su larga scala. E ne sostengono l’espansione come un tratto della loro egemonia negli anni futuri. Tuttavia, non è certo per quanto tempo continueranno a farlo, anche perché è del tutto possibile che assistiamo già ora ad una bolla che potrebbe scoppiare in pochi anni. Qual è la nostra convenienza? E quale conseguenza sull’accelerazione del cambiamento climatico? Perché non discuterne? In questo Paese dov’è la classe dirigente e perché spetta sempre e solo ai movimenti preoccuparsi responsabilmente del futuro?