Wojciech non ama il genere umano. E’ un fatto, lo ha imparato a forza di frequentare la promiscuità. Lo seguo fin dentro una via del quartiere. Cammina con qualche litro di vino addosso, compra il peggiore, quando lo hanno fermato i vigilanti di un supermercato, Wojciech poteva finire in galera, aveva rubato tre caramelline di carruba, magari ci fosse finito. E invece no. Wojciech non ama le file, davanti la mensa in Caritas, o in dormitorio. Litiga con gli arabi perlopiù. Ispira grande tenerezza quando alza il pugno per difendere la sua razza, uno stolto nazionalismo, inveterato e persino fuori moda. In mensa odia la fretta, il riso con i carciofi, il somalo che mangia con le mani e gli sorride a disagio, pieno di scusa e di vergogna. Kurwa, gli urla Wojciech, poi rotola all’indietro e fa schiuma dalla bocca. Così corrono dalle cucine, gridano è Wojciech, ha la crisi, è Wojciech. L’arabo gli infila l’accendino in bocca, Wojciech si riprende, “spierdalai” impreca nella sua lingua. E’ vivo.

Wojciech del voivodato di Lodz, Polonia. Eri un bell’uomo vero?  Gli chiedo. Wojciech, dopo la crisi, non risponde. Eri un gendarme, su, dì la verità, stavi in dogana, facevi paura dì la verità, quelle orrende cortine, blindate, disumane, dov’era l’uomo, nichilisti accecati dalla dottrina. Ammettilo.  Sai certi ducati pieni di donne e uomini e tutti bevevano distillato di patate. Poi il viaggio lo hai affrontato anche tu, Wojciech. Erano corriere, eravate tutti sbronzi. Wojciech sta con un’ucraina, quando si ripulisce; a volte sparisce e invece bestemmia chino sul podere di un bifolco, sotto lo sguardo del caporale, bifolco, marrano, impreca. Wojciech così finisce a Foggia, con altri come lui, li chiamano stagionali, raccolgono pomodori, dipende, insulti, seguono le campagne. Wojciech dura sempre troppo poco, lo rispediscono da dove viene, lui drop out viene dal nulla. E ubriaco torna al nulla.

(continua)