In vista del voto del 14 giugno, si è chiusa mercoledì la breve campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Iran che vede in lizza soprattutto quattro candidati, di cui tre conservatori e uno espressione dell’area moderata-riformista finora marginalizzata dopo la repressione delle manifestazioni del 2009.

Più di 50 milioni di iraniani – sotto la pressione soprattutto inflattiva delle sanzioni internazionali contro il programma nucleare di Teheran sospettato di finalità militari – sono chiamati alle urne per eleggere il successore del presidente Mahmud Ahmadinejad giunto alla fine del suo secondo e non più rinnovabile mandato. Con la gestione del dossier nucleare nelle mani della Guida suprema Ali Khamenei, il compito del futuro presidente iraniano sarà soprattutto quello di intervenire su un’economia piagata dagli effetti delle sanzioni e da squilibri interni, oltre che sulla gestione di una società solo in parte allineata ai rigidi principi morali dell’islam sciita. Rilevante per l’Occidente è la questione se il nuovo presidente continuerà o meno il parziale disallineamento fra la Guida e Ahmadinejad nel rapporto con la comunità internazionale.

Dopo una draconiana selezione da parte dei Guardiani della rivoluzione e due ritiri eccellenti, sono almeno quattro gli esponenti considerati vicini all’ayatollah Khamenei: il negoziatore per il nucleare Said Jalili, il sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, il consigliere diplomatico della Guida, Ali Akbar Velayati e l’indipendente Mohsen Rezai. A concentrare le forze dei moderati che fanno riferimento all’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dei riformisti guidati da un altro ex capo di Stato, Seyyed Mohammad Khatami, è il religioso Hassan Rohani, noto in Occidente per aver negoziato una sospensione dell’arricchimento dell’uranio nel 2003.

In assenza di sondaggi attendibili secondo standard occidentali, è difficile prevedere chi prevarrà e, considerando i controversi precedenti elettorali, non è chiaro se si andrà al ballottaggio fra una settimana o se si avrà un vincitore con una sorprendente maggioranza assoluta già al primo turno. Il sindaco di Teheran, l’unico che gode di una certa popolarità, sarebbe primo in due dei rari sondaggi di opinione resi noti, e in cui Rohani risulta terzo e secondo. A Teheran circola la tesi che un accesso del riformista-moderato Rohani al ballottaggio potrebbe catalizzare attorno a sé forze elettorali finora astensioniste. Khamenei è tornato ad invocare un’alta affluenza per conferire al presidente quell’investitura democratica che gli consentirà di far meglio fonte ai “nemici del Paese”.

La selezione dei Guardiani ai danni di un Rafsanjani destinato a stravincere come ha fatto intendere lui stesso, o l’autoesclusione dichiarata da Khatami ancora inseguito da moniti-minacce sul suo contributo alla protesta post-elettorale del 2009, hanno privato la gara rispettivamente di un big moderato e del leader della principale forza di opposizione: assenze che hanno consentito al primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu di sostenere che “le sedicenti elezioni in Iran non avranno alcuna importanza e non porteranno alcun cambiamento. Ci sarà sempre un uomo solo al potere, a caccia di potenza nucleare”.

Anche se il suo peso elettorale è controverso, andrebbe aggiunto fra i candidati di pietra anche Esfandiar Rahim Mashai, il delfino-consuocero di Ahamdinejad: quest’ultimo pare essersi ritirato in attesa di tempi migliori senza rovesciare il tavolo con le rivelazioni scandalistiche che aveva prospettato. Assenza che ha consentito pure agli Usa di tacciare di scarsa democraticità il processo elettorale.