Io e mia moglie siamo felici, ma non vorremmo aspettare ancora troppi anni”. La voce è un po’ affannosa, in sottofondo si sente il rumore del traffico romano. “Sono qui per un master in economia e ho saputo la notizia dai siti internet”. Alessandra Bernaroli ha appena appreso che la Cassazione ha mandato il caso suo e della sua coniuge alla Corte costituzionale.Quando ho cambiato sesso ho congelato il mio seme. Se il nostro matrimonio verrà di nuovo riconosciuto valido vorremmo avere un figlio. La legge 40 lo consente, ma solo alle coppie sposate”.

Dopo che Alessandra, originaria di Mirandola, nel 2009 ha cambiato sesso, per lei e sua moglie (sì, la chiama ancora così, nonostante da quel momento per lo Stato italiano il loro matrimonio non sia più valido) è iniziata una lunga battaglia a colpi di avvocati e carte bollate. Una guerra che ora porterà il loro caso fin davanti alla Consulta. “Andai a fare la carta di identità a Bologna, dove risiedevamo, e lì sorsero i primi problemi, fecero le prime obiezioni. Poi – racconta Alessandra – contattarono il comune di Finale Emilia, dove ci siamo sposate, che inizialmente disse solo che avevo cambiato sesso. A seguito di pressioni e di una circolare ad hoc del ministero dell’Interno, a Finale annotarono che il nostro matrimonio era sciolto”. Le due si ritrovano divorziate d’imperio, senza una richiesta di uno dei coniugi e senza la sentenza di un giudice. “Da quel giorno io e mia moglie siamo simili agli apolidi. Loro vivono senza uno stato e noi senza uno stato civile. Il comune di Bologna – racconta ancora la donna – fu talmente solerte da attribuirci un numero civico differente nonostante vivessimo e viviamo sotto lo stesso tetto”.

Sono anni di incertezza in cui però dalla loro parte trovano l’associazione Rete Lenford che per statuto difende i diritti delle persone Lgtb. Gli avvocati della coppia emiliana sono Anna Maria Tonioni e Francesco Bilotta. “Gli stessi legali che hanno portato ad altre sentenze storiche, come la sentenza 4184 del 2012 della Cassazione che ha riconosciuto quale nucleo famigliare anche la coppia di persone dello stesso sesso”. Alessandra lavora in banca dove è anche sindacalista per la Fisac Cgil, e capisce il valore di certe battaglie. “Vorrei che il nostro caso fosse un grimaldello per arrivare a leggi più moderne”.

Al di là delle battaglie pubbliche, Alessandra e sua moglie vivono ogni giorno la difficoltà di uno Stato che è ostile. “Il nostro matrimonio è sciolto dal 2009. Ci comportiamo da anni come se fossimo ancora sposate. Per esempio abbiamo sempre fatto dal 2010 la dichiarazione dei redditi come se fossimo coniugi, ma presto l’Agenzia delle entrate arriverà a fare i controlli. Per fortuna che la casa la avevamo già comprata e avevamo già concluso le pratiche che richiedevano l’essere sposati”.

Il pensiero di Alessandra è sempre per la sua compagna: “Restiamo unite e resistiamo”. Potrebbero pregare per la loro unione, del resto sono sposate in Chiesa. “Il nostro matrimonio religioso invece è ancora valido. Vuole sapere perché? Il transessualismo – spiega Alessandra – per la Chiesa è una malattia. Io per loro sono un uomo malato e quando ci si sposa si promette di stare insieme ‘nella salute e nella malattia finché morte non vi separi’”. Paradossi.