Una convenzione di 40 membri. Più una commissione di 35, tra cui qualcuno dei 10 saggi che Napolitano nominò per allungare il brodo in attesa delle larghe intese. Più un partito che aspetta una sentenza della Cassazione per sapere se il suo leader potrà mai rientrare in un ufficio pubblico, se non come cliente alle Poste. Più un partito diviso su tutto che si accapiglia tra presidenzialisti, semipresidenzialisti, favorevoli, contrari e dubbiosi. Più un governo che sta in piedi per miracolo in attesa di un qualche scossone. Più una legge elettorale che fa schifo e compassione, che tutti, a parole, vogliono cambiare ma molti, a fatti, no. Anzi. C’è chi dice che bastano lievi modifiche, chi che bisogna tornare a quella di prima, chi che se non si sistema la Costituzione è inutile toccare il Porcellum, e chi teorizza un “Porcellinum” (giuro!).

Ecco, in questo scenario di lineare e compatta coesione ideale, la prestigiosa Repubblica Italiana si appresta a mettere mano alla sua Carta costituzionale, nel caso con il fattivo apporto di Violante e Quagliariello, che è un po’ come arruolare Sbirulino e Paperoga per sbarcare su Marte. Strano destino, quello della Costituzione: tutti a dire che è “la più bella del mondo”, tutti a richiamarsi ai suoi sacri valori, tutti a giurarci sopra solennemente, e poi tutti a litigare su come cambiarla, tirandola ognuno dalla sua parte.

Ora, non mi addentrerò nelle questioni di merito. Che sia meglio un semipresidenzialismo alla francese, o un presidenzialismo con contrappesi, o un premierato alla tedesca, o un maggioritario corretto (anice? grappa?), è cosa troppo complessa per questa povera rubrichina. Ma il metodo, beh, il metodo merita qualche riflessione.

Dopo 65 anni di onorato servizio, si decide di cambiare la Costituzione. Fu scritta con impeto di tensione ideale, sarà riscritta in un contesto di interessi immorali. Il tutto con urgenza (i 18 mesi di tempo evocati da Napolitano). In presenza di un governo creato in laboratorio e appeso al filo delle vicende giudiziarie di un tizio che un giorno sì e l’altro pure attacca un potere dello Stato colpevole di processarlo. Con idee assai meno che chiare già all’interno dei singoli partiti. Con il Pd di maggioranza relativa, e conseguente peso alla Camera, che sembra ostaggio del Pdl e ne avalla ogni ghiribizzo (tipo l’Imu, per dire). Con una componente elettorale che se ne sta (volutamente e vantandosene) fuori dai giochi a insultare tutti gli altri. E – ciliegina sulla torta – con un capo dello Stato che ora accelera e ora frena, timoroso persino lui che si cambi la forma dello Stato senza fornire i giusti contrappesi. Contrappesi, peraltro (dettagli come la divisione dei poteri, o il conflitto di interessi), che vengono visti come fumo negli occhi dal solito noto, uno che ha per anni ripetuto che vorrebbe maggiori poteri per il premier (se il premier è lui, ovvio) e che ha parlato dei giudici come di un regime, un cancro, una metastasi, una banda di delinquenti, eccetera eccetera.

Ora, gli scenari sono due: o una riforma della Costituzione in cui per distrazione (ops!) si dimenticherà qualche bilanciamento tra poteri; o una sapiente gomitata alla scacchiera da parte di Berlusconi se le cose dovessero mettersi male per lui, come già fece con la Bicamerale di triste memoria. Comunque vada, sarà un insuccesso. E come sempre da queste parti, per gli insuccessi si lavora alacremente, anzi, con fretta, tempi stretti e fregola emergenziale.

@AlRobecchi

Il Fatto Quotidiano, 5 Giugno 2013