All’inzio fu l’albero. Poi è stata la birra. Ma in fondo è la libertà. È il nocciolo della questione, l’essenza della protesta dei giovani (o meno) turchi. Perché la guerriglia urbana che ha infiammato Istanbul, Ankara, e altre 90 città della Repubblica di Turchia (due morti, non ufficiali; mille feriti, di cui diversi resi ciechi dai gas sparati dalla polizia; mille arresti, e non è finita qui), si è sì accesa sul caso delle 500 piante del parco Gezi, polmone verde della megalopoli sul Bosforo, si è propagata contro il divieto sugli alcolici, ma è presto esplosa come battaglia per la libertà – laica – di espressione. “È la nostra Kulturkampf”, la nostra battaglia culturale o di civiltà, scrive uno degli opinionisti di Hurriyet (“Libertà”), quotidiano secolarista di centro-sinistra, ricordando la sfida del regime prussiano di Bismarck all’influenza della Chiesa cattolica alla fine del XIX secolo.

In Turchia un secolo e un impero ottomano dopo, lo scontro è tra la società civile, sempre più consepevole dei propri diritti, acquisiti attrvaerso il boom economico dell’ultimo decennio, e il governo di Erdogan, le cui venature islamiche moderate sono sempre pronte ad acquisire potenza e influenza. Lo scambio tra sviluppo e benessere della popolazione, che sta ormai superando gli 80 milioni di abitanti, e pace e stabilità sociale è in questi giorni messo alla prova della coscienza nazionale in una Nazione ormai divenuta tigre economica e potenza strategica regionale.

È come se l’estrema propaggine della primavera araba si fosse trasformata arrivando come un vento leggero sulle rive del Bosforo – al grido “Occupy piazza Taksim” (“divisione, distribuzione” in turco), nuova piazza Tahrir (“liberazione” in arabo) – in un vento caldo del maggio (o sarà di tutta l’estate?) turco, in un impasto di sfida e protesta per la conservazione degli alberi del parco Gezi che simboleggiano la laicità e la garanzia della Repubblica secolarizzata voluta e fondata da Ataturk (e che a ottobre compie 90 anni). I giovani turchi difendendo gli spazi verdi e criticando i progetti faraonici di edificazione commerciale e infrastrutturale del goveno Erdogan (in carica da 11 anni) è come difendessero le origini e la storia, anche futura, del paese che facendoli uscire dall’arretratezza economica, li ha fatti entrare nella consapevolezza dei propri diritti fondamentali, a iniziare dai gesti e le parole.