Più lavoro per i giovani. Che questa sia una priorità, Enrico Letta l’ha detto sin da subito e l’ha ribadito pure dal ritiro dell’abbazia di Spineto. Ma dal vocabolario del nuovo governo sono state finora escluse le start up, aziende che di solito nascono con forti legami con il mondo universitario e danno lavoro in gran parte a neolaureati e ricercatori. L’ex ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera le aveva messe al centro di uno dei provvedimenti simbolo del governo Monti per rilanciare l’economia: il decreto crescita 2.0 che, tra le altre cose, garantiva detrazioni fiscali a chi investisse in start up innovative e introduceva la possibilità di raccogliere capitali di rischio attraverso piattaforme online di crouwdfunding. Ma ora, tra la caduta dell’esecutivo e le tante beghe delle larghe intese Pd-Pdl, parte delle aspettative create allora sono rimaste lettera morta.

Il decreto crescita 2.0 è stato approvato dal governo Monti a inizio ottobre, per poi essere convertito in legge dal parlamento a dicembre. A cinque mesi di distanza, però, il ministero non ha ancora approvato i regolamenti attuativi sulle agevolazioni fiscali: detrazioni Irpef del 19% per tre anni sulla somma investita in start up innovative per i privati e deduzioni del 20% dal reddito imponibile per le società. “Questo ritardo è inammissibile”, accusa Riccardo Donadon, fondatore dell’incubatore H-Farm e presidente di Italia Startup, un’associazione che raccoglie incubatori e acceleratori d’impresa, investitori e start up. “In un periodo di crisi come questo è assurdo buttare via occasioni e creare problemi a ragazzi che tentano di mettersi in proprio”.

La paura è che il nuovo esecutivo non voglia continuare sul solco tracciato da quello precedente, che “ha fatto un ottimo lavoro – aggiunge Donadon – ma, per motivi di tempo, non l’ha portato a termine. Ora bisogna dare attuazione con urgenza”. Per questo Italia Startup ha lanciato un appello all’esecutivo guidato da Letta, “perché non ci si dimentichi delle start up”. E si riporti alla ribalta “un tema che costituisce un asset competitivo importante del nostro Paese”, anche al fine di creare nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani.

Senza i regolamenti attuativi, chi sta sul lato degli investitori non ha ancora avvertito i benefici del decreto di Passera. “E nemmeno sappiamo quando questi benefici ci saranno”, accusa Marco Villa, direttore generale di Italian Angels for Growth, un’associazione di business angels, ovvero coloro che nelle start up mettono capitali propri.

I ritardo nell’attuazione completa del decreto crescita 2.0 sono dovuti anche alla necessità di avere l’ok sui regolamenti dalla Commissione europea, per evitare che le agevolazioni fiscali possano venire giudicate aiuti di Stato. Ma al di là delle questioni tecniche, secondo Enrico Gasperini, fondatore dell’incubatore Digital Magics, è evidente una cosa: “Mentre l’anno scorso il tema delle start up è stato molto enfatizzato, ora è scomparso dall’agenda di tutti i partiti”.

Se da un lato il governo tace, dall’altro la Consob non ha ancora messo a punto il regolamento sull’equity crowdfunding, il sistema introdotto da Passera per fare incontrare investitori e start up attraverso piattaforme online. Le bozze circolate sinora non accontentano del tutto gli addetti al settore, perché prevedono che almeno il 5% del capitale raccolto arrivi da investitori istituzionali, come quelli legati al mondo bancario. Il limite rappresenta una garanzia sulla bontà del progetto, ma “rischia di snaturare questo tipo di investimento, perché il crowdfunding è un modello per avere un azionariato diffusissimo che coinvolga il massimo numero di investitori”, lamenta Federico Barilli, segretario generale di Italia Startup.

Ritardi a parte, qualcosa del decreto crescita 2.0 si è già visto. Sono operative le norme che consentono alle start up di ricorrere più facilmente ai contratti a tempo determinato, grazie a una deroga alla legge Fornero. Ed è nata l’apposita sezione del Registro delle imprese che raccoglie le start up innovative: per ora se ne sono iscritte 668. “Un buon inizio – commenta Barilli – Ma potrebbero essere di più, visto che noi stimiamo che in Italia ci siano almeno 3mila start up. In ogni caso il processo è in divenire e il numero è destinato a crescere”. Governo delle larghe intese permettendo.

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