L’auto-imprenditorialità start up salverà l’Italia (da se stessa e dai suoi governi), come fanno intendere appassionati sostenitori quali Riccardo Luna? L’Italia, una volta Repubblica fondata sul lavoro, dopo essere divenuta una ‘Repubblica fondata sullo Stage’ nella sua ultima mutazione antropologica si trasformerà in una ‘Repubblica fondata sullo start up’ ?

O stiamo facendo di qualche filo d’erba (fantastiche start up in progress) un campo verde?

In questo primo post tra i 4 programmati sul tema dello start up, abbiamo girato queste domande a Stefano Supino, un giovane economista ‘sul pezzo’ (Docente di Economia dell’Innovazione all’Università di Cassino e Lazio Meridionale, tra i fondatori dell’ ImprendiLab della stessa università, membro fondatore del Social Innovation Lab, co-autore del libro ‘Social Innovation e Social Business’ ), tra gli organizzatori del I Convegno Nazionale su ‘Start up Sociale Innovativo al centro-sud: co-work in progress’’ (Roma, 18 Maggio). Le sue risposte non sono incoraggianti :

“Dai dati del 2012 del Global Entrepreneurship Monitor emerge un paese che dal 2001 ad oggi ha visto affievolirsi la propensione a fare impresa. Il tasso di nuova imprenditorialità – che considera l’incidenza delle startup (definite come imprese attive da non più di tre mesi) e delle nuove imprese (fino a tre anni e mezzo dall’inizio dell’attività) sulla popolazione in età compresa tra i 18 e i 64 anni – è infatti in Italia pari al 4,32 %: un valore ben distante – siamo infatti al penultimo posto della graduatoria relativa alle economie più avanzate – dalla posizione di vertice occupata dagli Stati Uniti, dove quasi il 13% della popolazione adulta era impegnata nel 2012 nell’avvio e nella conduzione di una nuova impresa.

Preoccupa inoltre la bassa incidenza della quota relativa all’imprenditorialità nascente. Anche in questo caso i divari sono ampi: l’8,86% contro il 2,47%.

L’unico primato italiano riguarda la paura di fallire. Gli italiani che ritengono di aver individuato una opportunità e che asseriscono di aver però rinunciato all’avvio di una attività imprenditoriale principalmente a causa della paura di un fallimento sono aumentati dal 2001 al 2012, anno in cui il dato si è attestato al 58 %. Peggio di noi fa solo la Grecia (61%). Non è sorprendente, dunque, che dal 2001 al 2012 il tasso di imprenditorialità complessivo sia calato dal 6 al 4,32% mentre il tasso di imprenditorialità nascente si sia quasi dimezzato (dal 4,4% al 2,47%).

Quali sono i fattori di maggior ostacolo e che non ci consentono facili entusiasmi per il futuro? In breve:

  1. Gli effetti, ben noti e negativi dell’ecosistema (lacci burocratici, corruzione, mancanza di politiche di sostegno per ora veramente efficaci, aggravate al sud dal rischio di inquinamento o vessazione criminale)

  1. Immigrazione not skilled in confronto a paesi come gli USA (dove moltissimi immigrati sono laureati in scienze ed il 25% delle imprese in Silicon Valley sono state fondate in partnership con immigrati)

  2. Il fatto che in Italia non siamo riusciti a fare il passaggio all’ ‘Economia della Conoscenza’. Il problema dello scarso numero di brevetti è ben noto; le iscrizioni all’università, già inferiori a quelle dei paesi più avanzati, stanno calando ulteriormente , il capitale umano non è remunerato, un neolaureato, se e quando trova lavoro, spesso guadagna meno di una donna di servizio (con tutto il rispetto, ma l’investimento non è comparabile) e quindi inizia a mancare l’incentivo ad iscriversi; e tra i laureati quelli che fanno start up sono una percentuale irrilevante’.

“Inoltre per far crescere le start up servirà il venture capital”, dice Gianluca Dettori, ex startupper di successo degli anni Novanta, felicemente passato nel ruolo di talent scout dell’innovazione. “In fatto di venture capital siamo l’ultimo paese d’Europa, per ogni dollaro investito in Italia, la Svizzera ne investe 69, l’Olanda 62 e persino Portogallo e Grecia fanno meglio di noi”.

Dice un detto: la differenza tra chi ha non ha successo e chi lo ha dipende da come ci si pone con i ‘se’ e con i ‘ma’: i primi sono pieni di ‘se’ ( ‘se avessi avuto le risorse’, ‘se avessi potuto conoscere le persone giuste’) i secondi di ‘nonostante’: nonostante la burocrazia, nonostante la mancanza di risorse, non nonostante … il sud!

Il fatto che in Italia sia difficile farlo, non significa che non si possa fare e non sia comunque bene tentare. Nei prossimi post cercheremo quindi di conoscere meglio anche chi ce l’ha fatta e come, e soprattutto cercheremo di capire come lo start up può essere di ‘impatto sociale’ a partire da progetti innovativi, e di successo.

Per i lettori che vogliono approfondire: I Convegno Nazionale ‘Start up Sociale Innovativo al centro-sud: co-work in progress’’ Roma 18 Maggio. Per partecipare al Convengo (gratuito) iscrizione obbligatoria mediante comunicazione@asvi.it, con oggetto: ‘Blog Il Fatto– Iscrizione Convegno 18 Maggio’. (Posti limitati, 10 posti riservati e ad esaurimento per i lettori del Blog, prenotare solo se si è sicuri di venire)