Olof e Karin Dreijer Anderson sono due fratelli. Si fanno chiamare The Knife, e vengono da Stoccolma, Svezia. Era il 1999 e la loro omonima opera prima vedeva la luce. Ora, 14 anni dopo e altri due album alle spalle (di cui l’ultimo, “Silent Shout”, risaltente al 2006), tornano sulle scene con “Shaking The Habitual“, uscito venerdì 26 aprile per la loro etichetta “Rabid Records”, che rappresenta ancora una volta un passo avanti nella costruzione di un’estetica musicale assolutamente particolare. 

La scena musicale nordeuropea, da sempre molto florida, ha conosciuto negli ultimi dieci anni il successo mondiale grazie proprio a gruppi quali gli stessi The Knife, oppure RöyksoppKings Of Convenience, Fever Ray (side-project di Karin) e molti altri. Al di là delle tipicità del suono del duo di Stoccolma, che mischia pop algido, beat elettronici ed elementi d’avanguardia, la vera particolarità dell’amalgama dei The Knife è insita nel retroterra politico ed ideologico che traspare dai loro dischi. L’elemento della critica sociale è colonna portante dei loro testi e diventa espressione di un disagio diffuso. E “Shaking The Habitual” nasce proprio, come raccontano a SentireAscoltare, dalla necessità di “riuscire a studiare più a fondo socialismo, ideali femministi e i loro problemi correlati. Ci siamo quindi chiesti se sarebbe stato possibile combinare queste letture col fare musica”. Il risultato è, nemmeno a dirlo, un monolite di oltre un’ora e mezza di pura sperimentazione sonora. Si passa dalle atmosfere techno-claustrofobiche del singolo di lancio “Full Of Fire”, ai tribalismi di “With You My Life Would Be Boring” fino ai 19 minuti di “Old Dreams Waiting To Be Realized”, suite che immerge in un mondo di drones analogici. I testi, ispirati dagli inni politici degli anni Settanta, sono caratterizzati dalla critica nei confronti della società, come spiega infatti Karin: “Il diritto di scrivere la storia è stato tolto a moltissime persone. Alle donne, per esempio, ma anche al sottoproletariato e alla classe operaia“. 

Il lavoro di “Shaking The Habitual” è stato quindi frutto di un processo dove, oltre al duo, sono state coinvolte diverse figure dell’arte nordeuropea. Olof e Karin Dreijer Anderson nutrivano la volontà “creare la sensazione di lavorare come collettivo creativo, femminista e socialista”. Da qui il coinvolgimento della fumettista Liv Strömquist per l’artwork dell’album, vista la necessità di “lavorare su finanza e analisi femminista applicata all’economia”. O della regista e visual artist Marit Östberg per la realizzazione del videoclip di “Full Of Fire”, vero e proprio corto cinematografico, (dura di 9 minuti). 

(foto: mixmag.net)