Quando Margaret Thatcher, figlia di un droghiere conservatore delle Midlands inglesi, è eletta primo ministro il 4 maggio del 1979, l’Inghilterra è all’apice della crisi. L’inverno più freddo del decennio è stato surriscaldato dagli scioperi del settore pubblico: scuole, ospedali, uffici postali rimangono chiusi per la maggior parte del tempo. Scioperano anche i tipografi, che impediscono a lungo l’uscita del Times, e i netturbini londinesi, lasciando che nella capitale si accumuli spazzatura nelle strade. La più grossa crisi dal dopoguerra ha messo la Gran Bretagna in ginocchio, l’inflazione galoppa e il governo chiede prestiti al Fondo Monetario Internazionale. E’ alla fine di questo lungo inverno, ricordato nella storia come winter of discontent, dal Riccardo III di Shakespeare, che emerge la figura della donna che rivoluzionerà il Regno Unito.
 
Seguace delle medesime teorie economiche ultraliberiste che dall’altra parte dell’oceano porteranno al potere Ronald Reagan, che della Thatcher diventerà amico e alleato di ferro, i primi provvedimenti sono di politica economica, con interventi sul costo del denaro per ridurre l’inflazione che finiscono però con il colpire le industrie e aumentare la disoccupazione. Il conseguente drastico taglio della spesa pubblica e del welfare mette il paese in ginocchio, e solo una mossa improvvisa, presa contro il parere del suo stesso gabinetto, come la Guerra della Falkland la salva da una sicura sconfitta e le garantisce la rielezione in nome del mai sopito patriottismo britannico. La Thatcher può fare tabula rasa delle resistenze all’interno del suo stesso partito e, nel suo secondo mandato, riesce ad ottenere mano libera per una serie di riforme che cambiano per sempre l’architettura sociale del paese.
 
L’unica spesa statale che aumenta è quella per la sicurezza interna. Il conflitto di classe nel Regno Unito diventa un teatro di guerra, nelle strade alla protesta si risponde con la feroce repressione, e a vincere è sempre lei. La sua battaglia contro i minatori in sciopero è vinta con la forza, e la conseguenza è la distruzione dei sindacati, da lì e per sempre, trasformati agli occhi dell’opinione pubblica come un coacervo di conservatori che bloccano lo sviluppo del paese. Cominciano le privatizzazioni che dalla scuola alla sanità, dalla dismissione delle industrie statali alla vendita delle linee ferroviarie (anche se questa sarà fatta solo dal suo successore Mayor) più che riportare in sesto l’economia – alla fine del suo mandato ancora boccheggiante – cambiano per sempre faccia al Regno Unito.
 
L’esempio più evidente è la cosiddetta bonifica dei docklands londinesi. La zona portuale che grazie ai racconti di Dickens diventa nel novecento il simbolo operaio della capitale britannica, è rasa al suolo per costruire quei grattacieli di vetro e acciaio della City che oggigiorno danno la forma al nuovo skyline londinese. Le vecchie e fabbriche sono sostituite dagli scintillanti uffici della finanza globale. Il cambiamento non è solo architettonico, quello che muta nei dieci anni del suo governo è il modo di produzione di un intero paese, dall’economia materiale a quella finanziaria. La diminuzione delle tasse, promesse a ogni tornata elettorale, non è mai messa in atto. La Poll Tax del 1990 – un’imposta sulle persone fisiche indipendentemente dal reddito percepito – ne è la cartina di tornasole. In dieci anni a essere tassato è solo il lavoro salariato, mentre libertà assoluta è data alle transazioni finanziarie.
 
Il distacco tra i nuovi ricchi e il sottoproletariato, che tagliato fuori dal nuovo mondo del lavoro da allora in poi è costretto a vivere grazie ai salari di disoccupazione, diventa incolmabile. La Gran Bretagna è definitivamente divisa, in ossequio all’agio capitalista che la ricchezza di pochi contribuisce al benessere dei molti. In politica estera la Guerra delle Falkland, a esclusivo uso interno elettorale, è l’immagine in cui sono racchiuse l’amicizia e gli affari con il dittatore cileno Pinochet e le visite, unica leader europea, al regime sudafricano dell’apartheid. Regime a favore del quale chiede più volte all’Europa di togliere le sanzioni. Per lei l’ANC di Mandela è un’organizzazione terrorista, al pari dell’IRA cui dichiara una guerra spietata. Mentre in Ulster l’escalation militare è violentissima, in galera muoiono di fame Bobby Sands e altri nove repubblicani irlandesi. Un giornalista sovietico la soprannominerà Lady di Ferro, e così sarà ricordata nella storia.