All’epoca aveva sei mesi, Riccardo. Era un neonato quando Marcello Torre, sindaco di Pagani, metà città metà paese in provincia di Salerno, venne ucciso il mattino presto davanti casa. Era l’11 dicembre del 1980. Una data di morte e di nascita insieme. Perché è probabilmente allora, con quell’omicidio, che nasce la camorra come impresa. Gonfi dei soldi dell’eroina, i clan, quelli di Cutolo in testa, partivano all’assalto della ricostruzione dopo il terremoto irpino di ottobre. Marcello Torre, sindaco onesto, aveva cercato di opporsi. Il suo assassinio servì a chiudere per sempre la partita con gli amministratori campani. Quei miliardi toccavano ai clan. Pagani, terra di pedagogia sanguinaria, divenne il regno della paura. Reagì la moglie, Lucia Torre, giovane e coraggiosa, che subito cercò di costruire intorno alla figura del marito il decoro della memoria civile. Ora accanto a lei e alla figlia Anna Maria c’è Riccardo Christian Falcone. La barba rada, gli occhi buoni e curiosi, sulla fronte quelle che lui chiama scherzosamente “le rughe dell’anticamorra”, Riccardo si è preso sulle spalle l’incarico di non far dimenticare quel pezzo di storia.

Dirige con passione il premio dedicato al sindaco morto di onestà, istituito quasi due anni dopo il delitto e ora passato sotto il patrocinio del presidente della Repubblica. “Ha ragione, è stato assegnato a personaggi importanti, dalla Gabanelli a Dario Fo a Michele Santoro. Ma mi creda, non c’è il vezzo di andarsi a cercare per forza i divi televisivi per dare spettacolarità a quello che facciamo. Recentemente il premio è andato a un gruppo di normali giornalisti, una decina in tutto, che hanno scritto il libro Il casalese. Ci vogliono entusiasmo, contatti con le scuole, scavo continuo nella memoria. Forse anche grazie a questo pochi anni fa è giunto per Marcello Torre il riconoscimento massimo, la medaglia d’oro al valor civile”.

Vero, la medaglia d’oro… Eppure, dopo più di trent’anni, la politica di Pagani non sembra sia mai stata scossa da un vento purificatore. Riccardo lo racconta con l’aria di chi vuole farsi carico anche in politica, mica solo con il premio, di quanto accadde quand’era in culla. “Vuol sapere che cos’è cambiato? Semplice. Pensi solo che il Comune di Pagani è stato sciolto nel marzo del 2012 per infiltrazione mafiosa. Un colpo duro per il potere di Alberico Gambino, l’ex sindaco amico di Cosentino; anche se è uscito indenne dall’accusa di voto di scambio mafioso (ma la Procura di Salerno è ricorsa in appello), è stato condannato a due anni e dieci mesi per concussione e violenza privata. E ha avuto gli arresti domiciliari per un anno e mezzo. Certo, era del Pdl, ma il problema qui riguarda tutti i partiti; nemmeno il Pd si ammazza di fatica contro la camorra. Per questo stiamo organizzando un gruppo di giovani che ha voglia di passare dall’impegno sociale alla politica. È nato un nuovo movimento civico, lo abbiamo chiamato ‘Impegno per la città’. Se ci presenteremo alle elezioni comunali?”. Sorride Riccardo, mentre gli si arricciano le rughe anticamorra. “Dipenderà dalla situazione, dalle liste che faranno gli altri. Ma qualcuno deciso a battersi per i temi della legalità dovrà pure entrarci, in Comune”.

Curiosa la pubblica vicenda di queste terre. Che sfornano a getto continuo giovani generosi e pieni di passione ma non riescono a rompere con la propria storia. Prendi in mano l’elenco delle cose che fa Riccardo e resti a bocca aperta. Speaker, conduttore e redattore di Quarto Canale, emittente paganese di un costruttore locale (“ma non ho mai avuto condizionamenti di alcun tipo”), oltre quattrocento puntate in sette anni della rubrica di inchiesta ‘Agoragro’.

Collaboratore, quando serve, dei progetti di formazione alla legalità e alla cittadinanza democratica del Centro di documentazione regionale contro la camorra. Esperto o tutor di progetti sulla legalità nelle scuole, da Nocera ad Amalfi, con tanti episodi stipati nel suo zaino. “Le racconto il primo che mi viene in mente. Facevamo educazione con bambini della quinta elementare. Giocavamo all’alfabeto della legalità, e a ogni lettera doveva corrispondere un concetto positivo, tipo ‘a’ come amore. Arrivò la ‘n’. Marika , che aveva nove o dieci anni, non disse, come ci aspettavamo, ‘Napoli’ o, che so, ‘Natale’. Disse ‘noi’, e fu una folgorazione”.

E poteva mai mancare Libera, in cui Riccardo è tutor per la Campania del progetto ‘Libera il bene’? La sua è una storia breve ma frenetica di giornalismo, di promozione culturale, di agitazione sociale. Di costruzione di memoria, e dev’esserci un genio particolare in questo, visto che si è laureato alla Federico II in archeologia. Un’effervescenza che i suoi appunti a mano, ordinati ed eleganti come quelli di un amanuense, sembrano voler dissimulare.

Non dissimula nulla però quando ricorda un giovane ucciso a Pagani nel 2008, durante una rapina all’ufficio postale. Era il fidanzato di una sua cara amica. Marco Pittoni, si chiamava. Si era trovato lì per caso e poteva non intromettersi. Invece si qualificò, senza usare la pistola per non farci andare di mezzo gli innocenti. “Sono il capitano dei carabinieri”. Lo fulminarono subito. Riccardo sa ciò che il giovane ufficiale lasciò scritto alla madre in una lettera ritrovata dopo. Ne conosce tutte le parole, una per una, anche se proprio il ricordo gli impedisce di pronunciarle. Che cosa non può, la memoria.

Il Fatto Quotidiano, 7 Aprile 2013