“Date le innumerevoli catastrofi del passato, sono sopravvissuti solo i popoli con la memoria corta”. In Giappone c’è chi usa questa citazione dello scrittore novencentesco Kaionji Chogoro per sostenere che i giapponesi abbiano la memoria corta. Un bene, se devi lasciarti alle spalle qualcosa di traumatico e ricominciare a vivere; un male perché rischi di non imparare mai dai tuoi errori. A due anni dal terremoto dell’11 marzo 2011, molti giapponesi sembrano essersi dimenticati del Nordest colpito dalla catastrofe. Tra qualche mese, ad aiutarli a ricordare ci sarà Google, il colosso mondiale dei motori di ricerca.

Grazie alla modalità Street View di Google maps, l’applicazione che milioni di utenti della Rete utilizzano per orientarsi in qualsiasi parte del mondo, sarà presto possibile entrare virtualmente nella zona di esclusione intorno alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi e vedere anche lo stato attuale di vere e proprie città fantasma dimenticate tra le macerie del sisma.

La troupe di Google è riuscita a entrare a Namie, una delle cittadine evacuate di quest’area di circa 20 km, e vi è rimasta per circa tre ore, il tempo concesso dalle autorità giapponesi per la permanenza senza tute protettive. Grazie a una speciale webcam montata sul tettuccio dell’auto, è stato possibile scattare foto a 360 gradi delle strade e degli edifici danneggiati. Nel giro di qualche mese la mappatura sarà completata e digitalizzata. L’intento è quello di riportare a casa – almeno via Internet – tutti coloro che sono stati costretti a trasferirsi lontano. “Certo non è come venire qui e vedere i danni di persona” ha dichiarato all’emittente americana Abc, Kei Kawai, product manager di Street View per il colosso californiano. “Ma almeno possiamo mostrare i posti allo stato attuale a chi ha dovuto evacuare la città. E a tutto il mondo”.  

L’idea originale però, conferma lo stesso Kawai, sarebbe venuta dagli stessi cittadini di Namie. “Dobbiamo indossare tute speciali e avere il permesso del governo, solo per andare a casa,” ha detto alla stessa emittente il sindaco di Namie, Tamotsu Baba. Ha appena finito di stilare un elenco telefonico dei suoi concittadini, in un estremo tentativo di tenere insieme la sua comunità. “E’ tutto così frustrante” ha dichiarato. “Qui a Namie c’è solo silenzio”. Più della metà dei 21 mila abitanti della cittadina, infatti, sono stati trasferiti in altre città della prefettura. L’iniziativa di Google per il ricordo degli eventi dell’11 marzo 2011 era già partita nel dicembre 2012, quando era stato messo in piedi un archivio digitale di foto delle aree disastrate, intitolato “Memories for the future”. Un progetto che ha l’obiettivo di “creare, salvare e pubblicizzare la documentazione fotografica degli esterni e degli interni degli edifici danneggiati dal Grande Terremoto del Giappone orientale”, ma anche quello di mostrare gli edifici che, assorbito l’impatto del sisma, continuano a essere utilizzati, e documentare i piccoli e lentissimi passi della ricostruzione. 

Una delle colpe attribuite ai precedenti governi di segno democratico è stata proprio questa: aver investito poco o nulla nella ripresa delle aree colpite dal terremoto e dallo tsunami e interessate dalla fuga di radiazioni dall’impianto di Fukushima Daiichi. In molte aree, la ricostruzione non è partita, e in altre, come nella stessa Namie, ancora si attende l’inizio delle opere di decontaminazione; circa 350 mila persone, poi, vivono ancora in case provvisorie. E i cittadini, ormai, sono stanchi. È di poco tempo fa la notizia, apparsa sullo Yomiuri Shimbun, il primo quotidiano giapponese, secondo cui all’ufficio per il recupero ambientale del Ministero dell’Ambiente nella città di Fukushima, continuerebbero le richieste di cittadini – dietro a cui si celerebbero anche alcuni clan della Yakuza – che chiedono rimborsi per danni subiti dalle opere di decontaminazione o di essere messi a contratto per il subappalto delle stesse. Il governo Abe, insediatosi lo scorso dicembre, ha promesso più volte di accelerare le opere di ricostruzione, ma ancora poco è stato fatto in concreto, nonostante i quasi 40 miliardi di euro messi inseriti nell’ultimo pacchetto di stimoli economici confezionato dal governo di Tokyo.

 di Marco Zappa