Esattamente due anni fa, il Nordest del Giappone veniva scosso da uno dei più potenti terremoti degli ultimi dieci anni, il più devastante mai registrato nel Paese. Un sisma di magnitudo 8,9, tale da provocare un’onda anomala alta fino a 40 metri che in alcune zone è penetrata di 10 chilometri oltre la linea di costa. Le vittime della doppia catastrofe naturale furono circa 16mila, 9 delle quali nella sola prefettura di Miyagi, una delle tre interessate. Di quel giorno rimangono ancora tracce ben visibili e tangibili nelle macerie – il cui peso è stimato in circa 25 milioni di tonnellate – che ancora costellano le aree costiere del Tohoku. L’11 marzo segna anche il secondo anniversario dall’incidente nucleare di Fukushima, l’evento che ha scatenato una nuova ondata di proteste e dibattiti sulla dipendenza energetica giapponese dei combustibili nucleari. Il Giappone, che dal dopoguerra in avanti non aveva mai dovuto mettere a freno la propria voracità di energia elettrica, fornita da ben 54 centrali nucleari, ora quasi tutte spente, ha dovuto aumentare le importazioni di energia dall’estero e far fronte a sospensioni programmate di corrente.

Ma che cosa è cambiato in questi due anni? Di certo c’è solo un nuovo governo. Anzi due. Nel marzo 2011, era in carica Naoto Kan, capo del primo governo in quasi sessant’anni di storia giapponese non costituito da membri del Partito liberal-democratico (Pld, “la balena bianca” giapponese). All’indomani dal terremoto la sua gestione della crisi è finita sul banco degli imputati. La sentenza è scritta nelle parole del report sull’incidente nucleare pubblicato da una commissione parlamentare ad hoc nel luglio 2012: Fukushima sarebbe stata causata da un errore umano, i cui principali responsabili sono stati il governo, nella persona del suo capo, e la Tepco, l’azienda elettrica di Tokyo che avrebbe dovuto controllare gli impianti, segnalare i malfunzionamenti in tempo ed essere più chiara e tempestiva nelle comunicazioni. La storia, però, non si fa con i “se”.

Il Partito democratico del Giappone (Pdg) nonostante l’impopolarità del nuovo primo ministro Yoshihiko Noda, ha resistito fino a dicembre, quando le indecisioni mostrate in una situazione a tutti gli effetti imprevedibile – soteigai, fuori da ogni possibile previsione, come hanno ripetuto per giorni dopo l’11 marzo i media – hanno assunto un colore politico, portando a nuove elezioni. Le aree terremotate si sono quindi trasformate in teatri di campagna elettorale, con i politici di entrambi gli schieramenti a dedicare un pensiero alle vittime, a promettere maggiore assistenza e tempi più brevi per la ricostruzione. Ancora sarebbero circa 350 mila le persone ospitate nelle strutture provvisorie fornite dal governo di Tokyo. E già si pensa a spianare le montagne per ricostruire al riparo da un nuovo devastate tsunami. Ad oggi, nonostante il ritorno al governo del Partito liberal democratico di Shinzo Abe, poco nella pratica è stato fatto per risollevare le sorti delle aree più colpite dal sisma.

A portare aiuto sono spesso alcune ong locali, le stesse che in questi mesi hanno documentato le difficoltà in cui versano ancora le regioni colpite da sisma e tsunami. Un esempio su tutti, il 3-11 o wasurenai tame ni center (Centro per non dimenticare) organizzato dai volontari della Mediateca della città di Sendai: un progetto autofinanziato e sostenuto dall’ambasciata olandese, ha detto uno dei responsabili a Il Fatto Quotidiano, che mostra sulla propria pagina web storie di persone coinvolte dal disastro di due anni fa e lo stato attuale della ricostruzione. Anche sul fronte nucleare la situazione non ha subito importanti cambiamenti: nella centrale di Fukushima, che recentemente ha riaperto i battenti ai giornalisti, centinaia di tecnici sono impegnati nel tentativo di mantenere sotto controllo le barre di combustibile, attraverso costanti iniezioni di acqua. La quantità di radiazioni sprigionate dall’impianto – attorno al quale rimane una zona di esclusione di 20 chilometri – rimane altissima, anche se gli esperti dicono che il rischio di tumori per gli abitanti delle zone circostanti sarebbe controllato.

Il nuovo governo ha poi rigettato l’ipotesi di chiudere gli impianti nucleari del paese entro 30-40 anni e anzi progetta di riattivarle su scala nazionale; tuttavia, molte frange della popolazione giapponese rimangono contrarie al nucleare: il movimento no nuke anche lo scorso weekend, approfittando dei giorni festivi, ha occupato piazze e strade. Oltre 10 mila persone (15 mila secondo lo Asahi Shimbun, 8 mila per lo Yomiuri, quotidiano più conservatore) si sono radunate a Hibiya, a Tokyo per chiedere a gran voce il “nucleare zero”, mentre circa 200 manifestanti avrebbero protestato a Nagatacho, sotto la residenza del primo ministro. Intanto si moltiplicano le iniziative per non dimenticare la tragedia. Dopo l’iniziativa di Google, che ha raccolto le immagini dei luoghi del disastro in una pagina web dedicata, Genron, una piccola casa editrice di Tokyo, ha lanciato un’iniziativa pubblica. Si chiama “Fukushima daiichi kankochika” e punta a trasformare Fukushima in un polo turistico, della memoria.

di Marco Zappa