Chi ha seguito la vicenda “staminali” che tanto ha fatto parlare in questi giorni e che credo sia stata affrontata in molti dei suoi aspetti, avrà notato come da un lato gli esperti e gli scienziati sottolineavano allarmati come fosse rischioso somministrare terapie non provate o potenzialmente rischiose e dall’altro tante persone che pressavano (anche energicamente) affinché queste presunte cure fossero assolutamente da somministrare, anche se ispezioni dei Nas avevano riscontrato gravi irregolarità. Se in fondo è normale che si creino forti e dirompenti differenze di pensiero davanti a vicende emotivamente forti come quella dei bambini che soffrono, dall’altro è innegabile che la voce critica della scienza non ha ottenuto i consensi e l’appoggio di quella “mediatica”. Sicuramente è molto più semplice cavalcare le emozioni e sfruttare i sentimenti comuni, ma non possiamo lasciare il futuro (non solo sanitario) dei nostri figli, alle scelte fatte “per acclamazione” o peggio in base agli ascolti televisivi. C’è quindi qualcosa che chi conosce il metodo scientifico (in tutti i sensi) deve fare, un ulteriore passo avanti. Parlo quindi a chi si occupa di scienza, per professione. Mettiamoci nei panni dei tanti genitori che si sono sentiti un’unica cosa con i genitori di Sofia e degli altri bambini coinvolti e riflettiamo sul fatto che, se è vero che un argomento medico è stato affrontato in un modo che per gli scienziati è inaudito, le risposte degli scienziati non hanno avuto lo stesso impatto. Evidentemente non si riesce ad arrivare a chi la scienza la usa, la società, eppure lo scienziato lavora per questo.

L’esigenza a questo punto è quella di arrivare a tutti, in qualsiasi modo, mantenendo però l’onestà, la coerenza e la correttezza che deve contraddistinguere ogni professione scientifica. Bisogna essere popolari, non nel senso effimero della fama televisiva ma nel senso molto più nobile e vicinissimo ai nostri ideali scientifici di “occuparsi del popolo”. Lavoriamo già per il benessere e le speranze di tutti, si dice che la Terra non sia nostra ma di chi verrà dopo e proprio per loro, per i nostri figli, per quelli che verranno e godranno dei nostri sforzi. Il nostro sogno da ragazzo poi diventato scienziato deve diventare un’eredità per le generazioni future, dobbiamo uscire fuori dai laboratori, dalle corsie d’ospedale, dagli studi e dalle stanze nelle quali riponiamo tante speranze e tante idee. I tantissimi giovani devono parlare con chi li immagina tristi ed ingobbiti su microscopi polverosi e fare capire lo sforzo, le vittorie, le frustrazioni e le speranze che vivono, sfruttando il loro entusiasmo dirompente, i più esperti devono comunicare, diffondere le loro conoscenze, trasferire l’enorme bagaglio che hanno acquisito negli anni. Chi sa parlare parli, chi sa spiegare spieghi, chi sa stringere una mano o abbracciare lo faccia, ognuno deve mettere a disposizione le competenze, le possibilità e le conoscenze acquisite per convincere chi aspetta un nostro segnale. Non siamo animali da palco né showmen e per questo non possiamo che mettere a disposizione ciò di cui disponiamo: le nostre esperienze.

La vicenda staminali è solo una dei tanti, troppi fallimenti del pensiero scientifico e razionale, ce ne sono stati e ce ne saranno sempre di più se non faremo comprendere che la scienza usa il cervello perché ce lo dice il cuore. Già, perché se facciamo quello che abbiamo scelto di fare è perché da ragazzi, sognavamo di aiutare il prossimo, di contribuire al progresso, di favorire la vita ed il benessere. Il nostro cammino non deve restare chiuso in un cassetto, dobbiamo tirarlo fuori e condividerlo, spiegarlo, farlo di tutti. Non si tratta di “scegliere” una cura (quello può farlo un giurista, un individuo, un politico che possono avere opinioni, ideologie o leggi diverse da applicare), si tratta di saper spiegare a chi le cure dovrà effettuarle che la scienza è una conquista dell’umanità, al servizio dell’umanità e che dev’essere sostenuta come unica speranza per migliorare la propria condizione di salute. Le ideologie, le telenovelas o gli scoop strappalacrime lasciamoli ai politici o agli show televisivi, piazze dove si cercano consensi, non idee, dovrà essere chiaro dove si fa scienza e dove si fa spettacolo. La vicenda di Sofia è uno dei rari casi nei quali le parti contrapposte (la scienza e lo spettacolo) hanno un obiettivo comune: proteggere una bambina che sta male. La scienza però non ha saputo parlare, lo spettacolo, utilizzando i suoi mezzi, sì.

Per questo bisogna adeguarsi ai tempi e diventare protagonisti della vita di tutti. Inizialmente si riceveranno critiche (addirittura attacchi da parte di chi ha interessi contrari), sembrerà un cammino difficile e troppo “altruista” per impegnare la nostra giornata, ma oggi la comunicazione è parte integrante del percorso scientifico, parlare con gli altri è insito nell’essere umani, le comunità, i gruppi, le popolazioni, si scambiano idee comunicando, non guardandosi in silenzio, comunicare è un bisogno talmente vitale che è considerato una delle basi della società, facciamolo, perché lasciare spazio a guru e pifferai, significa dare dignità alle superstizioni, ai guaritori da strapazzo, a chi, immeritatamente e senza alcun riguardo per il prossimo, vorrebbe prendere il nostro posto per interessi personali e se queste persone hanno successo è perché capiscono che tra noi e la società c’è un muro invalicabile fatto di incomprensione, incomunicabilità, lontananza. Medici, ricercatori, scienziati, insegnanti, esperti, dal primo all’ultimo, impariamo a parlare con tutti, anche a chi sembra ostile, mettiamo fine ad un processo che in maniera subdola e strisciante sembra far tornare la nostra umanità in un’epoca buia per la ragione ed il progresso. Fare lo scienziato oggi, non significa solo sperare ma anche comunicare questa speranza. Facciamolo per quelli che verranno, questo è il prossimo passo del progresso scientifico, l’alternativa è un passo indietro e quindi il fallimento dei nostri sogni da ragazzo.