Dagli scarti del temibile granchio blu, chitina di alta qualità. Tutti gli utilizzi: dall’agricoltura alla medicina
È considerato un nemico degli ecosistemi costieri, capace di adattarsi a condizioni estreme e di proliferare tra lagune, stagni e mari senza risentire nemmeno degli effetti del cambiamento climatico. Il granchio blu, specie aliena invasiva che negli ultimi anni ha messo in difficoltà molte aree della pesca italiana, potrebbe però trasformarsi da emergenza ambientale a opportunità economica grazie a una nuova tecnologia per recuperare dai suoi scarti una sostanza di grande valore: la chitina. Quindi non solo polpa che potrebbe finire in vasetti pronta da mangiare come propone il Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine.
A sviluppare un metodo innovativo per estrarre questo biopolimero in modo più rapido, sostenibile ed efficiente sono stati i ricercatori dell’Enea in collaborazione con l’Università della Calabria. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Biological Macromolecules, descrive un processo che consente di ottenere chitina di alta qualità riducendo l’impiego di sostanze chimiche, i tempi di lavorazione e migliorando la resa finale.
Il punto di partenza è proprio ciò che oggi rappresenta il principale problema della diffusione del granchio blu: gli enormi quantitativi di biomassa di scarto prodotti dalla sua lavorazione. Carapaci, chele e parti non commestibili possono arrivare a rappresentare fino all’85% del peso dell’animale. Ogni anno, secondo i ricercatori, si generano circa 270 mila tonnellate di questi residui, spesso destinati a discarica o incenerimento con un impatto ambientale ed economico significativo. La soluzione individuata punta a trasformare quello che oggi è un rifiuto in una materia prima strategica per la bioeconomia.
“La valorizzazione dei sottoprodotti della filiera del granchio blu rappresenta un passo significativo”, spiega Alessandra Verardi, ricercatrice Enea del Laboratorio Bioeconomia circolare rigenerativa del Centro Ricerche Enea Trisaia e coautrice dello studio. Il nuovo approccio permette infatti di recuperare una risorsa naturale preziosa a partire da una specie che sta creando seri problemi agli ambienti marini e alle attività produttive. La tecnica sviluppata dai ricercatori prevede un semplice pretrattamento termico dei carapaci: una fase di pochi minuti, tra 5 e 10, a una temperatura di circa 100 gradi, simile a quella già utilizzata nell’industria di trasformazione alimentare. Questo passaggio facilita la successiva rimozione dei minerali presenti nei gusci, come carbonati e fosfati inorganici, rendendo più efficace l’estrazione della chitina.
Il vantaggio è duplice: da un lato si possono utilizzare direttamente biomasse già trattate dall’industria, dall’altro si riduce il ricorso a reagenti chimici e si accorciano i tempi del processo. Il risultato è una chitina più pura, ottenuta con rese superiori anche attraverso condizioni operative meno aggressive. La chitina è il secondo polisaccaride più abbondante in natura dopo la cellulosa ed è una molecola dalle molteplici proprietà: è biodegradabile, biocompatibile, dotata di caratteristiche antiossidanti e antimicrobiche. Il suo principale derivato, il chitosano, è apprezzato perché unisce capacità di protezione, resistenza e adattabilità, caratteristiche che lo rendono utile in numerosi settori.
In medicina e farmaceutica viene utilizzato per realizzare fili di sutura riassorbibili, che si dissolvono naturalmente nel corpo, e bendaggi emostatici capaci di favorire la coagulazione e accelerare la guarigione delle ferite. Il chitosano può inoltre essere impiegato come sistema di trasporto per il rilascio mirato dei farmaci e come materiale di supporto nell’ingegneria dei tessuti, dove viene studiato per favorire la rigenerazione di pelle, ossa e cartilagini. Anche l’agricoltura guarda con interesse a queste molecole naturali. La chitina può stimolare le difese delle piante simulando l’attacco di parassiti e inducendo risposte protettive spontanee. Il chitosano viene utilizzato come antifungino naturale contro alcune patologie delle colture e come rivestimento dei semi per proteggerli e migliorarne la germinazione. Nel settore alimentare e della salute umana, il chitosano è studiato come fibra prebiotica in grado di favorire l’equilibrio della flora intestinale e per la sua capacità di legarsi ad alcuni grassi, contribuendo a limitarne parzialmente l’assorbimento.
Le applicazioni riguardano anche industria e ambiente. Grazie alla sua capacità di catturare determinate sostanze, il chitosano può essere impiegato nella depurazione delle acque per rimuovere metalli pesanti, coloranti industriali e oli. Le sue proprietà biodegradabili lo rendono inoltre un candidato per produrre pellicole e imballaggi sostenibili alternativi alla plastica tradizionale. In cosmetica viene utilizzato per la capacità di trattenere l’umidità ed entra nella formulazione di creme idratanti e prodotti per capelli. In ambito aeronautico e aerospaziale trova applicazione nello sviluppo di biocompositi strutturali leggeri e rivestimenti anti-ghiaccio superidrofobici, alternativi alle plastiche.