Per la Banca d’Italia Intesa Sanpaolo è una banca “in buona salute”. Lo ha indicato il consigliere delegato del gruppo, Enrico Cucchiani, ricordando l’esito dell’ispezione effettuata da via Nazionale su un campione di banche analizzando alcuni crediti problematici. “La mia reazione a quest’operazione è positiva – ha aggiunto – Bankitalia reputa la nostra banca un istituto rigoroso. Non abbiamo registrato correzioni significative, solo aggiustamenti per 6 milioni”.

Il commento è arrivato a margine della presentazione dei conti 2012 del gruppo bancario che hanno evidenziato utili per 1,6 miliardi, come nelle attese, confermato dividendo e indicatori di solidità patrimoniali in rafforzamento. Tutto bene dunque? Non proprio. Innanzitutto il solo quarto trimestre si è chiuso con una perdita di 83 milioni di euro, sia a causa della svalutazione per 107 milioni della partecipazione in Telco (la holding di controllo del gruppo Telecom di cui Intesa possiede l’11%) sia per circa 350 milioni di euro di accantonamenti per far fronte a perdite in Ungheria e Ucraina.

La prima banca italiana si conferma quella con i conti più in equilibrio ma presenta, seppur in forma attenuata, tutti i mali che affliggono il nostro sistema bancario. I profitti provengono in primo luogo dalla cosiddetta attività di trading, la compravendita di titoli, tipica della banche d’affari più che di quelle commerciali. Nel 2012 i ricavi di questa voce sono più che raddoppiati raggiungendo i 2,1 miliardi di euro. Impresa non impossibile se si pensa che per acquistare titoli di Stato Intesa Sanpaolo dispone di 36 miliardi di euro presi in prestito dalla Bce per tre anni ad un tasso dell’1% (280 miliardi l’ammontare dei prestiti ottenuti dall’insieme delle banche italiane, reinvestiti per circa 100 miliardi in titoli di Stato). Per la serie “ti piace vincere facile”, una simulazione approssimativa utilizzando il net present value (che fornisce il valore attuale di un investimento che darà i suoi frutti in futuro), mette in luce come Intesa possa guadagnare 1,4 miliardi di euro semplicemente investendo il prestito Bce in titoli di Stato di paesi europei lucrando sulla differenza di interessi con rischi molto contenuti.

E intanto, come per quasi tutte le banche italiane, anche per Intesa scendono i ricavi dell’attività bancaria tradizionale, ossia gli interessi incassati dai prestiti a imprese e famiglie, che scendono del 3,6% da 9,7 a 9,4 miliardi di euro. Sia perché, nonostante una ripresa della raccolta, si prestano sempre meno soldi (- 6,5%) sia perché l’’Euribor (l’indice di riferimento per il calcolo degli interessi) si trova sui minimi storici. E il futuro non promette meglio, visto quanto sostiene lo stesso Cucchiani che preavvisa che Intesa sarà “prudente sul credito finché non ci sarà un miglioramento del contesto. Finché non avremo evidenza che è stato raggiunto un punto di svolta saremo espliciti: la crescita non è una priorità in questa fase”.

Preoccupante anche il fatto che la diminuzione dei proventi da attività bancaria si sia accentuata di trimestre in trimestre (dai 2,5 miliardi del primo trimestre, ai 2,1 miliardi dell’ultimo). Sostanzialmente stabili invece i ricavi da commissioni a 5,4 miliardi. L’altro escamotage che ha consentito di rafforzare l’utile sono gli accantonamenti per i crediti dubbi, vale a dire i soldi messi da parte per far fronte a finanziamenti che non si riusciranno a recuperare se non al termine di lunghi iter giudiziari. Nel 2012 i crediti deteriorati lordi di Intesa Sanpaolo hanno raggiunto i 49,6 miliardi di euro, 7 miliardi in più del 2011. La banca ha accantonato 4,7 miliardi di euro, più di quanto fatto nel 2011 ma meno della crescita dei crediti dubbi. Il tasso di copertura è così diminuito dal 45,7 al 44,9% che pure rimane il livello più elevato tra le banche italiane.

In generale le cosiddette sofferenze bancarie, ormai vicine complessivamente ai 130 miliardi di euro (ma se si conteggiano anche gli “incagli” cioè prestiti che rischiano di diventare sofferenze si arriva almeno a 200 miliardi) sono il grande male che sta paralizzando l’attività delle banche italiane, frenando l’erogazione di nuovi prestiti. Il bilancio 2012 di Intesa mostra poi una diminuzione dei costi di gestione che passano dal 50,6% al 49,8% dei ricavi. Anche in questo caso il miglior risultato tra le banche italiane, ma in Europa c’è chi fa meglio (in Spagna la media è del 45%). Azionisti piccoli e, soprattutto, grandi potranno infine contare su un dividendo di 5 centesimi ad azione, lo stesso dello scorso anno quando Intesa fu uno dei pochissimi grandi gruppi europei a distribuire parte degli utili “cash”. Una vera e propria boccata di ossigeno per le tante Fondazioni della compagine azionaria (Compagnia San Paolo 9,8%; Fondazione Cassa di risparmio delle province lombarde 4,6%; Fondazione cassa di risparmio di Padova e Rovigo 4,6%; Fondazione cassa di risparmio di Bologna 2,8%; Cassa di risparmio Firenze 3,3%) e per i territori che ancora beneficiano delle loro erogazioni.