Che cosa fai in Italia se hai 33 anni, voglia di crescere professionalmente e non hai una famiglia da mantenere? Fai i bagagli. (Lorenzo)

Dalla prima lezione del Professor Chen sui caratteri cinesi, è scattata la scintilla, quella che ti dice che forse non era stato il caso a portarti lì ma il destino! (Sara)

Sono italiani, sono più o meno giovani e lavorano in Cina in città di seconda o terza fascia, ovvero in quelle metropoli di milioni di abitanti, spine dorsali dell’economia della seconda potenza mondiale, di cui in Italia però è già tanto se si conosce il nome. Emanuela Verrecchia, avvocato a Shanghai in uno studio specializzato in proprietà intellettuale, sta raccogliendo le loro storie personali nel blog Italiani di frontiera.

Sono per lo più storie semplici di persone forti che hanno saputo adattarsi e trovare il loro spazio in contesti completamente differenti da quelli che conoscevano. Sono storie di migrazione, di nuovi amori e “strane” abitudini, dettate a volte dal caso e a volte dallo studio della lingua cinese.

Chi rimane in Cina, lo fa per non perdere occasioni professionali che l’Italia non sa più offrire e perché è stanco di lamentarsi. Lo fa perché ha ancora voglia di imparare ed è pronto a fare i patti con una cultura e una quotidianità completamente diversa della propria. Sono persone ricche di vita e di aneddoti, pronti a rimboccarsi le maniche e a ricominciare.

Vale la pena di leggere le loro interviste e di accumularle come se fossero tessere del mosaico dei tempi moderni. Sullo sfondo, avvolta dalle nebbie della nostalgia e dell’impotenza, c’è un’Italia sconfitta. E immobile.

L’idea iniziale era di rimanere nove mesi, durata del contratto [il solito trucco, con cui la maggior parte di noi finisce incastrata in Cina ndr]. E in effetti, nove mesi dopo, il contratto terminò. La prospettiva era una ricollocazione in Spagna, ma le condizioni contrattuali non erano chiare, la crisi in Europa peggiorava di giorno in giorno e io nel frattempo avevo trovato lavoro come traduttrice e non volevo proprio mollarlo. (Alice)

Tutto è cominciato nel 1996, quando lavoravo con un’aziendina chimica italiana di dieci persone, che ha avuto la visione di iniziare un business in Cina nonostante le dimensioni e le risorse fossero limitate. […] Capire la realtà che mi circondava e confrontarla con quella italiana ha cambiato il mio modo di pensare. Il mio interesse per la Cina si è sempre rinnovato negli anni. Ora quello che mi piace di più è il dinamismo, il cambiamento frenetico, il fatto che tutto sia in evoluzione. (Alessandra)