“A Barcellona ho costruito la mia carriera sul campo. Tornare in Italia per me significa perdere oltre il 30% dello stipendio”
La prima volta che salì su un autobus vicino Barcellona, Andrea Sorrentino fece quello che aveva sempre fatto a Roma: appena arrivò il mezzo, si buttò verso la porta, sgomitando per conquistare un posto. Poi si accorse che intorno a lui tutti erano in fila, ordinatamente, e che nessuno aveva intenzione di saltare davanti agli altri. Aveva 32 anni, una valigia, un dottorato in fisica appena concluso e un nuovo lavoro in Spagna. Quella piccola scena sarebbe diventata, col tempo, una delle fotografie più nitide della sua nuova vita. Andrea oggi ha 46 anni e lavora come beamline scientist (in italiano “scienziato di linea di luce”) al sincrotrone Alba, una grande infrastruttura scientifica alle porte di Barcellona. Studia e sviluppa tecniche basate sui raggi X, occupandosi soprattutto di imaging e microscopia: strumenti lunghi decine di metri attraverso i quali biologi e ricercatori arrivano con campioni cellulari per osservare modificazioni che possono essere importanti per la ricerca biomedica. Ma la sua storia comincia molto prima, a Roma, dove ha studiato, fatto il dottorato e vissuto fino a 32 anni.
“Non posso dire di essere scappato in quel momento. Piuttosto ho deciso consapevolmente di non provare a tornare”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Andrea aveva già in testa l’idea di fare un’esperienza all’estero e di lavorare in un sincrotrone. In Italia ce n’è uno, Elettra, a Trieste. Avrebbe potuto essere una strada. Il primo colloquio, però, lo fece in Spagna. E lo presero. Arrivò quindi nel febbraio 2012: quattro anni di postdoc e nel 2016 la proposta che nel mondo della ricerca italiano continua a essere quasi una parola mitologica. Il posto fisso. “In quattro anni, lavorando bene, mi hanno premiato e valorizzato in modo importante dandomi anche il famigerato posto fisso“.
Andrea non pretende di raccontare cosa sarebbe successo se fosse rimasto in Italia: non ne ha esperienza diretta. Sa, però, che a Barcellona è arrivato senza conoscere nessuno e che la sua carriera si è costruita solamente in base al lavoro fatto sul campo. Il sincrotrone Alba, inoltre, è una struttura relativamente giovane, nata con l’esigenza di creare nuovi gruppi e nuove competenze. “Sono stato la persona giusta al momento giusto”, ammette. Ma quel momento, quattro anni dopo, si è trasformato in una stabilità professionale che gli ha permesso di costruire il resto della sua vita. Il lavoro, tra l’altro, è altamente specializzato. Il suo microscopio a raggi X può produrre immagini tridimensionali su scala nanometrica. Gli utenti arrivano con cellule sottoposte a farmaci, trattamenti genetici, nanomateriali o infezioni e cercano di capire come siano cambiate rispetto a quelle non trattate.
Andrea lavora sulla strumentazione, sulle tecniche e sull’analisi dei dati. “Lo stesso apprendimento che ho fatto 15 o 20 anni fa a Roma lo continuo a usare qui, tutti i giorni”, sottolinea. Elettra a Trieste sarebbe stata l’alternativa italiana. Ma, racconta, non avrebbe avuto necessariamente le stesse opportunità: “Questo è un sincrotrone nuovo, dove hanno assunto moltissimi giovani e dove ci sono state oggettivamente delle opportunità che in Italia, e nello specifico nel sincrotrone di Trieste, non potevano esserci perché ha background culturale più esperto essendo in funzione dagli Anni ’90″. La differenza, però, Andrea l’ha capita anche fuori dal laboratorio. Nelle code, per esempio. In Spagna, quando si entra in un negozio e ci sono altre persone, si chiede semplicemente chi sia l’ultimo. “C’è sempre uno che alza la mano e dice: ‘Sono io l’ultimo’. A Roma, la stessa domanda può trasformarsi in una piccola guerra psicologica”. Lo stesso vale per il traffico e per i pedoni. A Barcellona le corsie vengono rispettate, sulle strisce pedonali le automobili si fermano. “Sembrano piccole cose, ma in realtà aiutano a vivere meglio”.
E Andrea, che all’inizio aveva affrontato l’autobus come un’arena, oggi vede quelle regole come una forma di convivenza. Poi ci sono i trasporti pubblici. Da anni non possiede un’auto: autobus, metropolitana e bicicletta gli permettono di muoversi senza averne bisogno. E c’è la spiaggia. La Costa Brava, dove può andare gratuitamente, gli serve anche per mettere in discussione una delle convinzioni italiane più radicate: “Forse il cambio culturale di cui l’Italia ha assolutamente bisogno potrebbe partire proprio dallo smettere di presumere che sia il Paese più bello del mondo”. Le spiagge spagnole che frequenta sono libere, pulite e dotate di servizi. Ci sono bagni, docce, bagnini e, dove previsto, anche ombrelloni e lettini a pagamento per chi li vuole. “Volendo, uno non paga nulla eppure può usufruire di tutti i servizi“. Anche per quanto riguarda la sanità c’è un sistema, a detta sua, molto interessante: “La sanità pubblica viene affiancata da un sistema privato che è accessibile a molte persone, perché si tratta di spendere un centinaio d’euro al mese e si accede a una radiografia o un’ecografia in massimo una settimana. O anche meno”.
Per Andrea però non si tratta di fare a gara tra due Paesi. Il suo è un tentativo di smontare l’idea che bellezza e qualità della vita siano automaticamente sinonimi. Roma gli manca, soprattutto per le persone. “A me mancano la mamma e gli amici. Adesso quando torno a Roma per fare il turista, tutti mi fanno le feste“. Vivere nella capitale, invece, non gli manca, tanto che ha appena comprato casa vicino Barcellona. “Per tornare stabilmente dovrei ricominciare, perdere oltre il 30% dello stipendio e probabilmente occuparmi di qualcosa di diverso dalla ricerca che faccio oggi”. Nel suo sincrotrone ci sono altri italiani, almeno cinque o sei soltanto nella sua sezione. Ci sono persino colleghi romani, e una sua compagna delle elementari ritrovata anni dopo in Spagna. Insomma, Andrea non considera più quella partenza una parentesi. “Per me tornare in Italia significherebbe tornare a Roma. Ma io qui sto benissimo, il mio lavoro mi piace, mi soddisfa. Il mio futuro non lo vedo altrove”.