Nel gennaio del 1999, quando Hugo Chávez Frías aveva da poco vinto le sue prime elezioni presidenziali – e quando non mancavano che un paio di settimane alla sua prima cerimonia d’insediamentoGabriel García Márquez ebbe l’opportunità d’intervistare, nel corso d’un viaggio aereo dall’Avana a Caracas, il neo-eletto presidente di quella che sarebbe presto diventata la Repubblica Bolivariana del Venezuela. E da quell’intervista nacque un articolo che, scritto per l’oggi purtroppo defunto settimanale colombiano ‘Cambio’, terminava con questa frase. ‘Mentre (Chávez n.d.r.) s’allontanava accompagnato dalla sua scorta di militari carichi di medaglie ed amici della prima ora, mi colpì l’impressione d’aver viaggiato ed intrattenuto una piacevole conversazione con due uomini contrapposti. Uno al quale un ineluttabile destino offriva l’opportunità di salvare il suo paese. E, l’altro, un illusionista che poteva passare alla storia come un despota tra tanti’.

Quale di questi due Chávez preconizzati dall’autore di ‘Cent’anni di solitudine’ assomiglia di più a quello che oggi, quattordici anni dopo, il Venezuela s’appresta a seppellire in pompa magna? Nessuno dei due. O, forse, entrambi. Perché, se indubbio è che l’illusionismo rivoluzionario è stato (e continua ad essere) parte essenziale d’un regime che – per quanto convalidato da almeno quattro prove elettorali – ha in sé molti dei germi della tirannia e del dispotismo, vero è anche, probabilmente, che Chávez ha a suo modo, se non ‘salvato’, quantomeno profondamente cambiato, risvegliandone le parti più silenziose, povere e neglette, il paese che ha governato per quasi tre lustri. E certamente vero è che, quello della ‘salvezza’, o meglio, della ‘redenzione’ – parte, anch’essa, d’un gioco di specchi ideologico-mediatico – è stato (e continuerà ad essere) un elemento centrale del chavismo. Prima di Chávez, null’altro che le tenebre dell’imperialismo e del neoliberalismo. Dopo Chávez, la luce.

Il Chávez con il quale Gabo conversò quattordici anni fa non era, come quello che il Venezuela piange oggi, che un solo personaggio. Redentore perché illusionista. Ed illusionista perché redentore. Un illusionista ed un redentore che, a conti fatti, non ha né salvato il suo paese ‘seguendo un ineluttabile destino’, né è diventato un ‘despota tra tanti’. Che cosa ha davvero rappresentato, , fatti alla mano, per il Venezuela e per il mondo, questo tanto controverso e pittoresco, amato ed odiato Giano bifronte latinoamericano? È bene cominciare a chiederselo mentre – in questo caso davvero seguendo l’ineluttabile destino d’ogni cerimonia funebre – scorrono, da sinistra, i fiumi di melassa (un vero e proprio tsunami, in molti casi) della retorica d’occasione; e, da destra, quelli, appena attenuati dalla compassione di circostanza, della denigrazione. Un’adeguata risposta richiede, naturalmente, ben più approfondite analisi. Ed a questo tema mi propongo di dedicare molti altri e più dettagliati post. Qui mi limito, per ovvie ragioni, a delineare quelli che, a mio avviso, sono i punti essenziali d’una possibile discussione.

Dunque, che cosa ci lascia Hugo Chávez Frías, fondatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela?

Ci lascia, innanzitutto, un culto para-religioso. Quello, ovviamente, di sé medesimo, nutrito – come ogni altro culto della personalità nel corso dell’umana vicenda – da una visione dei fatti e della Storia non di rado alterati fino al grottesco e diventati parte d’un catechismo che, piaccia o no (ed a me sicuramente non piace) è stato assimilato da una molto rilevante parte dell’opinione pubblica venezuelana. Tenebre e luce, come detto sopra.

Ci lascia, Hugo Chávez, una parvenza di rivoluzione. Se analizzata alla luce dei fatti, la ‘luce’ che l’autonominato erede di Bolivar ha irradiato sul Venezuela, non è, in effetti, che una riedizione in chiave spettacolarizzata della vecchia politica di ‘sostituzione di importazioni’ praticata, con risultati nefasti, dalla felicemente defunta democrazia ‘puntofijista’ (quella definita dall’alternanza Acción Democratica-COPEI, seguita alla caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez) nel corso del boom petrolifero degli anni ’70.

Ci lascia, Hugo Chávez Frías – o meglio, lascia al Venezuela – un paese indubbiamente più ricco e meno diseguale, grazie ad un boom petrolifero senza precedenti e ad una politica che, per quanto pesantemente distorta da un logica assistenzial-carsimatica, ha indubbiamente apportato grandi benefici ai settori più diseredati della società. E ci lascia, soprattutto, una grande occasione perduta. Quella d’una possibile liberazione del Venezuela – proprio in virtù dell’eccezionale boom petrolifero – dalla sua storica dipendenza dal petrolio. Ci lascia, insomma, Hugo Chávez Frías, una parvenza di rivoluzione che altro non è, in realtà, che una rivoluzione mancata.

Ci lascia infine, il presidente bolivariano, un regime di fatto (di fatto, nel senso di non vincolato da regole costituzionali) il cui destino appare quanto mai nebbioso. Chávez era, nel Venezuela che oggi lo seppellisce con gli onori che si riservano ai padri della Patria, l’unica vera fonte del potere. Come gestiranno ora questo potere – nel suo nome ‘sagrado’, ma senza di lui – quelli che verranno? L’accenno di Nicolás Maduro, il designato delfino, ad un complotto che avrebbe inoculato in Chávez la malattia che lo ha infine ucciso, fanno temere il peggio.

In un precedente post avevo espresso un timore: che il chavismo del dopo-Chávez fosse destinato ad essere ‘più autoritario e più stupido’ del modello originale. Spero, davvero, di non esser stato un buon profeta…