Ha combattuto una buona battaglia, Umberto Ambrosoli. Ma non è riuscito a fermare la corsa di Roberto Maroni. È stato bloccato poco sopra il 38 per cento. Non è riuscito a dimostrare fino in fondo agli elettori la sua essenza di candidato civico, fuori dai partiti, benché la sua lista, “Ambrosoli presidente”, abbia ottenuto un buon risultato (il 7 per cento) e la sua presenza abbia trascinato il centrosinistra (che a livello nazionale ha perso voti) a conquistare in Lombardia 5 punti in più che alle Regionali del 2010.

Nella grande partita nazionale a “ciapanò”, il Pdl di Silvio Berlusconi ha perso, rispetto al 2008, 17 punti percentuali e 6 milioni di voti. Ma anche il Pd di Pier Luigi Bersani, invece di cogliere i frutti di questo declino, ha fatto il gambero, perdendo a sua volta, dal 2008, ben 8 punti e 4 milioni di elettori. Altro che smacchiare il giaguaro.

È stato il Movimento 5 stelle a raccogliere, a livello nazionale, la volontà di rinnovamento e cambiamento radicale degli elettori, ottenendo il risultato eccezionale, più del 25 per cento dei voti, che lo fa diventare al suo debutto il primo partito italiano. La Lega, dal canto suo, ha perso 4 punti e dimezzato il numero dei suoi elettori. Eppure a Maroni è riuscito il miracolo di vincere in Lombardia, ottenendo così la presidenza della Regione ma anche due risultati aggiuntivi. Ha scongiurato la sua fine politica: Bossi e i suoi, messi in un angolo dai “Barbari sognanti” di Bobo, non gli avrebbero perdonato la sconfitta. E ha coperto la disfatta politica della Lega, che ha la guida del Nord, dal Piemonte al Veneto, pur essendo un partito con meno del 4 per cento.

Ambrosoli ora ha il difficile compito di dimostrare le sue capacità di leader dell’opposizione in Lombardia, ma anche di rinnovatore della politica, fuori dai riti dei partiti bocciati dalla maggioranza degli italiani (25 per cento di astenuti, più 25 per cento di voti ai 5 stelle). Pochi mesi di campagna elettorale hanno dimostrato che sarebbe potuto diventare un buon presidente della Regione, adesso basteranno poche settimane per scoprire se è anche in grado di fare una cosa perfino più difficile: diventare, restando all’opposizione, il punto di riferimento di chi qui al Nord, nella Milano che lo ha votato e nel “contado” che lo ha bloccato, vuole una politica pulita. Rendendo concreto ciò che è nel suo dna: la realizzazione delle “speranze di far politica per il Paese e non per i partiti”.

Intanto Maroni dovrà spiegare perché non riuscirà a mantenere la sua promessa elettorale di trattenere in regione il 75 per cento delle tasse pagate. Dovrà gestire il settore della sanità occupato dalla rete di Cl e dagli uomini di Roberto Formigoni. Dovrà dimostrare di non essere la continuità del sistema formigoniano in cui convivono corruzione, privilegi, sprechi e relazioni pericolose con i gruppi mafiosi. La Milano di Ambrosoli e Maroni sarà nei prossimi mesi il laboratorio politico del cambiamento e della continuità.

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2013