Che buona parte della gestione dei rifiuti urbani in Italia avvenga non rispettando le norme di tutela ambientale è una sorta di segreto di Pulcinella conosciuto e ignorato da gran parte delle istituzioni. Mentre il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha ottenuto che il Consiglio di Stato accogliesse il ricorso contro l’ordinanza del Tar del Lazio (che sospeso il decreto che disponeva il trasferimento dei rifiuti di Roma in quattro siti del Lazio, ndr), c’è una sorta di “fattore x” pronto ad esplodere in gran parte delle discariche italiane. Si chiama “tal quale”, espressione che indica la monnezza come esce dalle case. Indifferenziata e fuori legge quando viene sversata direttamente negli invasi. In quasi tutte le regioni italiane – le eccezioni si contano sulle dita di una mano – finisce senza un adeguato trattamento nelle discariche, contaminando gli ecosistemi e avvelenando la popolazione. E violando la principale legge sulla gestione dei rifiuti in vigore dal 2003, che aveva all’epoca recepito le severe direttive comunitarie.

Fino ad oggi tutti hanno fatto finta di non vedere, salvo l’Europa che ha avviato due procedure d’infrazione con prevedibili multe milionarie. Procedure ritenute talmente delicate da negare ogni informazione agli organi d’informazione, rifiutando ufficialmente le richieste di accesso agli atti. Eppure nessuno nega che la norma che prevede l’obbligo di un adeguato trattamento dei rifiuti prima di finire negli invasi sia stata sistematicamente aggirata utilizzando dei semplici – ed economici – sistemi di triturazione. I sacchetti vengono sminuzzati, ma – come ammette a ilfattoquotidiano.it lo stesso presidente di Federambiente Lazio Bruno Landi – se tu prendi il tal quale e procedi alla triturazione, senza aver separato la frazione organica da quella secca, nel rifiuto triturato permane ancora una quota molto abbondante di frazione organica e questo contravviene all’indirizzo comunitario”. Una sorta di ammissione di colpa, visto che lo stesso Landi dirige siti dove – almeno fino a qualche mese fa – affluiva senza nessun problema il rifiuto non trattato.

D’altra parte è difficile negare quanto appare nero su bianco nell’unico documento pubblico sull’infrazione avviata dagli uffici di Bruxelles nel 2011 sul caso Lazio: “Secondo la Commissione, il fatto di sminuzzare o frantumare rifiuti indifferenziati prima di interrarli non è sufficiente in quanto occorre un trattamento meccanico-biologico dei rifiuti per stabilizzarne il contenuto organico, processo atto a ridurre il possibile inquinamento. La Commissione si preoccupa del fatto che non tutti i rifiuti che vengono interrati nelle discariche abbiano subito il prescritto trattamento meccanico-biologico”, si legge nel comunicato stampa diffuso lo scorso anno.

Nella regione Lazio – al centro dell’attenzione della direzione generale Ambiente della commissione europea – non c’è solo Malagrotta nella lista delle discariche che non rispettano le norme sul trattamento dei rifiuti. A Latina, ad esempio, la seconda discarica del Lazio di Borgo Montello accoglie da anni centinaia di camion di rifiuti che finiscono in discarica senza quell’adeguato trattamento previsto dalle leggi comunitarie e italiane. Se il comune di Latina – con la partecipata Ecoambiente – da qualche mese sversa solo rifiuti trattati in un impianto Tmb, la parte della discarica gestita da Ind.eco destinata alle città della provincia (gruppo Green Holding) utilizza ancora oggi la semplice triturazione ritenuta inadeguata dalla commissione europea. Lo stesso avviene in tanti altri impianti in tutta Italia: “Ci sono centinaia di impianti che oggi trattano il tal quale in discarica – assicura il presidente di Federambiente Lazio – con il paradosso di guardare solo Roma, ma facendo finta di non vedere che nel Lazio, ad esempio, c’è lo stesso fenomeno”. Una gestione che non rispetta le norme? “Non le rispetta assolutamente” assicura Landi.