L’ultima volta in cui Elisa Fangareggi è stata in Siria risale a una settimana fa. “La situazione è ogni volta più mostruosa: nella moschea di Azzaz, uno dei pochi edifici rimasti in piedi – tra il confine turco e Aleppo – abbiamo trovato un centinaio di bambini, molti dei quali orfani, in condizioni incredibili. La maggior parte aveva bruciature ovunque e schegge conficcate negli occhi. Molti erano già in setticemia e una bambina mi è morta in braccio. Mi sembrava di stare all’inferno”. Per Elisa Fangareggi, avvocato 31enne di Modena, madre di 3 figlie, essere genitore non significa solo curare e allevare i propri figli, soprattutto se stanno bene e possono contare anche sull’affetto dell’altro genitore e dei nonni. E, poiché questo è il suo caso, dal 2011 questa giovane donna ha deciso di rischiare la vita e la salute per aiutare i figli degli altri. “Le mie figlie hanno tutto, stanno bene, possono farcela anche senza di me, la più grande che ha ormai 14 anni tra l’altro condivide totalmente quello che faccio, così come mio marito. Il mio unico timore è di rimanere paralizzata sotto un bombardamento come molti civili siriani e diventare un peso per la mia famiglia ma ogni volta che mi lascio andare a questo pensiero mi vengono in mente tutti quei bambini orfani, affamati, amputati e senza un tetto dove rifugiarsi. Allora riparto”.

Elisa è una forza della natura e lo sono anche coloro che a turno la accompagnano, tra i quali ci sono sempre almeno un medico e un infermiere. La prima volta in cui organizzò un viaggio per portare aiuti era riuscita a trovare solo altre tre persone. Sono partiti quindi in 4. Per questo il gruppo aperto creato su Facebook per trovare altri compagni e finanziamenti si chiama “Time4life”, tempo per la vita. Nel frattempo si sono aggiunti nuovi compagni e amici che offrono soldi e aiuti. “Il prossimo mese diventeremo a tutti gli effetti un’associazione ma fin dall’inizio abbiamo sempre fatto avere ai donatori i riscontri di ciò che abbiamo speso”.

Elisa si è trovata in Siria grazie al suo più caro amico, Feisal, un ragazzo siriano che veniva a passare le vacanze in Italia. “Quando scoppiò il conflitto la famiglia di Feisal, che è benestante, si trasferì a Dubai. Ma Feisal ha subito organizzato convogli di aiuti per i civili rimasti in Siria e ha chiesto anche a me di aiutarlo a reperire latte, medicine e vestiti. La prima volta in cui sono entrata in Siria, sempre dal confine turco, ho dovuto farlo a piedi con uno zaino pieno di dosi di anestetico e latte antireflusso . Ci guidava un volontario siriano. L’accoglienza non è stata piacevole: gli aerei di Assad hanno bombardato e due bombe sono cadute a 500 metri. Abbiamo avuto paura ma dovevamo dare assolutamente al dottore che ci aspettava quegli anestetici per operare. Ora per fortuna riusciamo a entrare con dei furgoni, così portiamo più aiuti”.

Elisa è determinata ad andare avanti, anche se il colpo di coda del regime potrà essere ancora più cruento. “La settimana scorsa invece il medico con cui avevamo appuntamento non è mai arrivato. Abbiamo chiamato i suoi colleghi a Damasco ma nessuno ne sapeva nulla. I medici sono la categoria più a rischio oggi in Siria. Se si azzardano a curare i civili, compresi i bambini, il regime li prende di mira perché li considera conniventi con i ribelli. Molti per questo sono stati uccisi o rapiti. In realtà lo scopo di Assad è terrorizzare la gente per isolare l’esercito libero siriano. Ma è troppo tardi”.

Nei campi profughi di fortuna spuntati a ridosso del confine turco infatti non si vedono più nè medici nè infermieri. “E ci vorrebbero perché le condizioni lì sono disumane: tende fatte di pezzi di plastica e coperte ridotte a brandelli. Non sono veri campi profughi, si definiscono campi bloccati perché sono abitati da migliaia di persone che vorrebbero scappare in Turchia e invece rimangono bloccate perché la Turchia non riesce più ad accoglierle. Abbiamo trovato bambini che non mangiavano da una settimana, altri che da mesi mangiano solo un po’ di pane, bevendo acqua sporca”. Per questo muoiono di dissenteria.

Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2013