Qualcuno si ricorda del film Under Fire’ (Sotto tiro), con Nick Nolte e Gene Hackman? Considerata la piuttosto venerabile età della pellicola, non mi sorprenderebbe se solo una molto ridotta pattuglia di reduci ne avesse conservato qualche memoria. Eppure è proprio a questo, alle sbiadite sequenze di “Under Fire”, che – più per contrasto, in effetti, che per affinità – io ho immediatamente pensato osservando le tre foto di Hugo Chávez che, venerdì scorso, le autorità venezuelane hanno in pompa magna offerto alla pubblica opinione.

Perché a ‘Under Fire? Essenzialmente perché anche la sua trama ruotava attorno alle foto d’un leader che molti pensavano morto. Breve riassunto, per i ‘non-reduci’. Sullo sfondo infuocato del Nicaragua della fine degli anni ’70 – e lungo il filo di molto complicati intrecci amorosi che qui non è il caso di rammentare – un gruppo di giornalisti americani copre lo scontro tra il corrotto e sanguinario regime dell’ultimo Somoza e le forze ribelli guidate da un mitico capo guerrigliero di nome Rafael (in senso lato identificabile con l’eroe sandinista Carlos Fonseca). Rafael cade in uno scontro armato con l’esercito. Ma i ribelli riescono a convincere Nick Nolte – nel film un brillante e tormentato fotografo, disgustato dalla violenza del regime pro-yankee – a diffondere un ampio servizio su Rafael, come fosse ancora vivo. O, più esattamente: lo convincono a fotografare il cadavere del capo guerrigliero in modo che, opportunamente agghindato, truccato e puntellato, apparisse in totale comando di se stesso e delle sue truppe…

Premetto ch’io non credo affatto che Chávez sia, come il Rafael del film, già cadavere. Lo immagino – e lo immagino perché l’immaginazione  è, in questo caso, l’unica possibile fonte d’informazione – ancora dolorosamente, ma fermamente tra noi. Sicuramente molto malato, presumibilmente incapace di comunicare e, sicuramente, non in grado di governare. Ma, a tutti gli effetti, ancora vivo. E tuttavia proprio così, come Rafael, o meglio, come un corpo morto opportunamente agghindato e truccato, io ho di primo acchito visto il Chávez delle tre fotografie. E così l’ho visto perché è proprio così, come una finzione al servizio d’una menzogna, che Chávez è stato ritratto nelle tre istantanee, e che, più in generale, viene trattato da quanti, dai giorni della sua ultima operazione, vanno in suo nome governando il Venezuela. Con un’ovvia differenza, tuttavia, rispetto a ‘Under Fire”. I guerriglieri del film mentivano, con la complicità di Nick Nolte, per non compromettere la lotta contro un regime tirannico e odioso. I governanti venezuelani mentono invece, molto meno nobilmente, per ragioni che, sebbene molto difficili da comprendere nella loro interezza, di certo non sono che il cupo riflesso dell’intrinseca, tragicomica mediocrità d’un regime (d’ogni regime) che, basato sul culto della personalità, di recente si trova a gestire se stesso in assenza della personalità sul cui culto è stato fondato.

Giorni fa, nel commentare la pubblicazione su El País d’una falsa foto di Chávez ‘intubato’, il ministro dell’informazione Ernesto Villegas aveva definito “grottesco lo svarione del quotidiano madrilegno. Più che giusto. Ma quanto grottesca è stata la politica d’informazione, o meglio, di disinformazione di cui il suo ministero è stato portatore in questi due mesi e passa? Le tre fotografie sono arrivate dopo 68 giorni  lungo i quali il molto malato Hugo Chávez ha, stando alla versione ufficiale, fatto di tutto. E l’ha fatto, volendo prender sul serio le parole di Jorge Arreaza, ministro della Scienza e genero del medesimo Chávez, ”mandando más que una dinamo”, comandando più d’una dinamo. Dal suo letto d’ospedale, il leader convalescente ha nominato ministri e firmato decreti, tenuto riunioni di governo e, persino, ordinato una svalutazione del 32 per cento della moneta nazionale…Tutto questo ha fatto Chávez in due mesi, senza che di se stesso offrisse, nel contempo, una sola, vera ‘prova di vita’. E quando questa prova di vita è infine arrivata, è arrivata così: nella forma delle tre fotografie che hanno, all’istante, fatto il giro del mondo.

Questo è tutto quello che la ‘dinamo’ di Chávez è stata in grado di regalare a quanti si trovano al di fuori del molto ristretto circolo dei suoi  più assidui frequentatori venezuelani e cubani: un sorriso stiracchiato, un’espressione sempre eguale a se stessa, un Granma di giornata. Un’immagine che quasi certamente non è, ma che potrebbe benissimo essere, come nel caso di Rafael, quella d’un morto, o, ancora, quella di una statua di cera. Fosse stato un video, la gente avrebbe potuto scorgere un batter di palpebre, un sorriso che s’accende e che si spegne, un mutar d’espressione o, chissà, vedere il comandante che materialmente sfogliava il Granma…E forse proprio questo è il punto. Hugo Chávez, la dinamo Chávez, il Chávez che continua a tenere nelle sue mani le redini del Venezuela, non è oggi in grado di sfogliare le pagine d’un quotidiano…

Perché questa pantomima? Perché gli eredi di Chávez vogliono a tutti costi– e con tanto grossolani metodi – far credere che ‘el comandante-presidente’ sia ancora nel pieno delle sue funzioni? Qualcuno ha provato a rispondere a questa domanda citando la difficoltà di uccidere il padre’ analizzata da Freud e Lacan, altri richiamando la paura del vuoto generata da una ‘inabilitazione’ del grande leader’, o ancora, più banalmente, sottolineando la paralisi derivata dalle divisioni interne al chavismo. L’unica cosa certa – rimirando le foto recentemente diffuse – è questa. Non è al Rafael di ‘Under Fire’ che Chávez in realtà assomiglia. Piuttosto alle immagini che nei primi ani ’80, ritraevano quel che restava di Leonid Brezhnev, immobile al centro della nomeklatura, assistere alla grande parata del Primo Maggio. Perché come il Brezhnev di quegli anni, anche il Chávez di oggi è ancora vivo, ma a suo modo è già una mummia, una simulazione, una storica impostura. Perché proprio questo è quel che davvero – e molto tristemente –  le tre foto dimostrano: l’avvenuta ‘brezhnevizzazione’ di Hugo Chávez, il compiersi di un destino che si cela nelle pieghe di ogni culto della personalità.

Come diceva Marx: la prima volta come tragedia e la seconda…