Il Regno Unito, “disgustato” – come scrive la stampa britannica – per la vicenda della carne di cavallo, ora chiede il conto alla mafia. A lanciare l’accusa, il domenicale The Observer. “La contaminazione del cibo è una frode di dimensione internazionale e sono implicate bande di criminali italiani e polacchi”, scrive il giornale citando fonti governative. E lo stesso ministro all’ambiente Owen Paterson ieri ha confermato: “Questa è una cospirazione criminale internazionale”. Così quegli hamburger apparentemente di manzo ma contenenti tracce “significative” di cavallo, e ora anche le lasagne surgelate a marchio Findus, spaventano consumatori e cittadini del Regno Unito, “vittime della mafia che controlla la macellazione nei Paesi dell’Est, imponendo la carne equina al posto di quella bovina, in quanto costa meno”.

Resta da capire quanto l’accusa verso la mafia italiana abbia fondamento, considerando che le materie prime incriminate provengono soprattutto da Romania e Polonia. “I legami fra le varie organizzazioni criminali, tuttavia, sono certificati – scrive The Observer – e ci sono prove dell’intimidazione alla quale sono soggetti veterinari e altri ufficiali che controllano la macellazione. La carne di cavallo ha un prezzo inferiore, così come quella di maiale, ed è per questo che siamo arrivati a questa situazione”. Solo la settimana scorsa era emerso lo scandalo del maiale dato per errore ai carcerati musulmani. Era finita sotto accusa un’azienda irlandese, che si rifornisce, tuttavia, dai macelli polacchi e di altri Paesi dell’Europa dell’Est.

Ora anche la Findus, multinazionale del cibo surgelato, è finita nell’occhio del ciclone. Analisi effettuate alla fine di gennaio hanno dimostratro che molte confezioni di lasagne al ragù di manzo vendute dalla catena di supermercati Aldi in realtà contenevano carne di cavallo in una quantità che andava dal 30 al 100%. Il retailer si è scusato con la clientela, Findus ha fatto arrivare nel Regno Unito, in fretta e furia, dirigenti e uomini della comunicazione, per spiegare che tutto era sotto controllo e che l’azienda avrebbe preso misure legali con il fornitore. Ora, appunto, l’ipotesi da parte del ministro all’Ambiente di “uno scandalo di portata internazionale, se non addirittura mondiale. Abbiamo coinvolto la polizia dell’area metropolitana di Londra, l’agenzia per le frodi alimentari, quella per il crimine organizzato e persino l’Europol”. Mary Creagh, parlamentare laburista, ha già passato alle forze di polizia le presunte prove che “alcune aziende britanniche sono implicate in questi scambi illegali internazionali”. Findus e Aldi identificano il loro principale fornitore, un’azienda che con un comunicato ha fatto sapere di rifornirsi prevalentemente dalla Romania. Ora è ancora da chiarire come il cavallo possa essere finito nella carne di manzo. Fra l’altro la Romania, sottolinea The Observer, è anche soggetta a delle limitazioni nell’esportazione di carne equina per una malattia virale che ha colpito gli animali di un’area attorno al Danubio.

Ogni anno, in Europa, vengono avviati al macello circa 65mila cavalli, 25mila provenienti dalla sola Polonia. Il mercato è in diminuzione, considerando che nel 2001 gli animali smerciati erano circa 170mila, anche grazie all’attivismo delle associazioni per la difesa del benessere degli animali da mattatoio. I cavalli sono spesso soggetti a lunghi viaggi da una frontiera all’altra, in condizioni spesso pessime, e periodici report di queste associazioni mettono in cattiva luce le aziende che hanno fatto della carne equina un vero e proprio business. Affari sui quali ora la polizia britannica comincerà a indagare, supportata dall’interforza comunitaria. Il governo Cameron, con l’accusa proveniente dal ministero dell’Ambiente, entra così nella vicenda, essendo rimasto fino al momento ai margini delle discussioni. Ma le pressioni provenienti dalla National Farmers’ Union, l’associazione di agricoltori e allevatori britannici, nelle ultime ore si erano fatte troppo forti per rimanere in disparte: “Qui rischiamo che l’intero settore agricolo britannico entri in crisi, per motivi che non dipendono di certo da noi”, avevano detto gli imprenditori di un comparto che ancora conta per il 20% del Pil del Regno Unito.