Il tribunale di Port Said ha condannato a morte 21 imputati accusati di essere coinvolte nella strage avvenuta lo scorso anno nello stadio della cittadina egiziana. La sentenza, molto attesa, arriva il giorno dopo il secondo anniversario della rivoluzione che ha visto violenti scontri in tutto il Paese e ha causato, secondo le stime del ministero della sanità, 14 morti e circa 500 feriti. Le condanne hanno fatto esplodere la rabbia dei parenti degli imputati: già da questa mattina Port Said è protagonista di violenti scontri tra manifestanti, alcuni in possesso di arma da fuoco, e la polizia che tenta di proteggere con un massiccio lancio di gas lacrimogeni le stazioni di polizia e il carcere, dove sono detenuti la maggior parte degli imputati. Per ora il bilancio, secondo il ministero della sanità, è di almeno 27 morti e centinaia di feriti. 

Il pronunciamento della corte è passibile di appello e riguarda solo una parte dei 75 imputati, per gli altri 54, tra cui 5 officiali e 4 coscritti della polizia, la sentenza è prevista il 9 marzo. Il processo riguarda i fatti accaduti il 1 febbraio dello scorso anno quando durante una partita del campionato egiziano, la squadra locale di Port Said, il Masry, attaccò la tifoseria rivale della squadra cairota dell’Ahly. Alla fine del match gli ultras locali aggredirono la tifoseria della squadra cairota provocando 72 morti, uno degli incidenti più gravi nella storia del calcio egiziano. La dinamica dei fatti resta tuttora confusa anche dopo il processo. In molti, in particolare la tifoseria cairota, avevano puntato il dito sui responsabili della sicurezza dello stadio e sulla polizia che non avrebbe fatto abbastanza per fermare l’aggressione. Lunedì scorso il procuratore generale aveva presentato nuove prove e una lista di altre 6 persone indagate di cui l’identità resta ignota. Documenti che avrebbero potuto portare alla riapertura delle indagini e al rinvio della fine del processo, ma che invece sono state rigettate dal tribunale.

L’incidente di Port Said mantiene anche una forte connotazione politica: la tifoseria dell’Ahly, che continua a chiedere una retribuzione statale per i parenti delle vittime equiparandoli ai martiri della rivoluzione, è sempre stata in prima linea durante le rivolte di piazza. E alla luce delle indagini ritenute carenti, molti attivisti continuano a pensare che l’attacco fosse stato pianificato per creare tensione nel paese durante il periodo di transizione militare e colpire una parte estremamente simbolica dei manifestanti di piazza Tahrir.

Lo stesso presidente Morsi alcuni giorni fa, alla luce anche delle violente proteste che gli ultras hanno messo in atto in diverse città egiziane, ha emanato un decreto che equipara le vittime di Port Said ai martiri della rivoluzione. “Siamo soddisfatti della sentenza di oggi – dice a ilfattoquotidiano.it Ali Mohsen, padre di Omar, ultras ventitreenne ucciso nella strage – Queste condanne ci ridanno fiducia nella magistratura, ci aspettavano un pronunciamento molto più leggero”. Intanto numerosi tifosi dell’Ahly, che per ora mantengono il silenzio sia con la stampa egiziana sia con quella estera, sono scesi a festeggiare nelle strade del Cairo una sentenza che per ora sembra essere riuscita a calmare la rabbia dei tifosi esplosa nelle manifestazioni degli ultimi giorni.