C’è una ferocia sottile che colpisce non pochi artisti. Condannati a una sorta di diminutio eterna. A una sottovalutazione perenne. E’ stato il caso di Ivan Graziani, di Pierangelo Bertoli. E’ il caso di Massimo Bubola. Cinquantanove anni, veneto, dischi e dischi alle spalle. Musicista, poeta (di note e di vino). E’ stato il primo a portare il folk rock in Italia (era il ’76). C’era lui dietro alcuni dei lavori migliori di Cristiano De André (L’albero della cuccagna). E’ sua Il cielo d’Irlanda portata al successo di Fiorella Mannoia. E sono anche – qualcuno aggiungerebbe “soprattutto” – suoi i brani di Rimini e L’indiano, gli album di Fabrizio De André a cavallo tra Settanta e Ottanta. Quelli con Hotel Supramonte, Se ti tagliassero a pezzetti, Fiume Sand Creek. Eccetera.

Con De André tornò a collaborare nel 1990, per Don Raffaè.
 Il Bubola “collaboratore” è mediamente noto, anche se pure lì in qualche modo sminuito, come se fosse una colpa ricordare che De André (intelligentemente) ha sempre cercato l’aiuto altrui per trarre il meglio da se stesso. Quello solista è meno conosciuto. Perché forse si esalta quando lavora con talenti particolarmente manifesti; forse perché quella voce non piace a tutti. E forse perché in Italia funziona così. 
In alto i cuori, che Il Fatto Quotidiano presenta in anteprima in streaming, è uno dei suoi lavori migliori. Un bel disco, più di quanto fosse lecito sperare. Soprattutto nella prima parte (ma la titletrack conclusiva è un gran colpo di coda). Esce il 22 gennaio per Eccher Music, a quattro anni di distanza da Ballate di terra e acqua.

E’ una carrellata di undici instantsongs: “short movies” – l’autore li chiama così – su schegge recenti (a volte neanche troppo) della storia d’Italia. Cronache nere, ritratti generazionali e un blues scritto con Beppe Grillo sette anni fa, prima che nascesse il Movimento 5 Stelle. Si intitola Analogico-digitale e funziona. Più ancora Al capolinea dei sogni, istantanea efficace di una generazione che ha perso (dopo aver lottato, però). 
Sonorità vigorosamente folk rock e poco italiane, come di consueto, per ballate ora elettro-acustiche e ora tex-mex. Che migliorano di ascolto in ascolto. Tra tiranni che non muoiono, tasse sui sogni e lacrime parallele, Bubola canta – portando la croce – una disillusione palpabile, preferendo alla metafora immaginifica (che sa maneggiare eccome) una chiarezza espositiva che non suona didascalica. 
“Bisogna aver buoni ricordi/ e un po’ di infinito negli occhi”, racconta Bubola. Convinto che i terremoti geologici, in Italia, siano più che altro morali. Politici. Spirituali. E ancor più convinto che il suo – il nostro – sia un paese finto. 



Massimo Bubola

In alto i cuori

Eccher Music