Partiamo dalla frase clou. Qualche giorno fa il ministro dell’Istruzione inglese David Willetts se n’è uscito con una frase politicamente esplosiva. Ha detto che le università dovrebbero reclutare gli studenti maschi, bianchi e working-class, cioè provenienti dalle cosiddette famiglie meno abbienti, quali categoria svantaggiata, in quanto, recita l’Independent, le cifre mostrano “un crollo massiccio” nelle immatricolazioni universitarie da parte dei maschi bianchi. Dunque, continua l’articolo, il ministro dell’istruzione David Willetts vuole che i teenagers bianchi, maschi e working-class vengano considerati come una minoranza protetta, esattamente come gli studenti provenienti dalle minoranze etniche o dalle comunità svantaggiate, in una sorta di discriminazione positiva, o affirmative action.

Qual è il problema? Per dirla in breve, il crollo delle immatricolazioni, ovvero il modo in cui l’aumento delle tasse universitarie a 9 mila sterline annue introdotto da Lord Browne ha causato una contrazione delle immatricolazioni universitarie. Nonostante le cifre siano ancora incerte, in quanto molte delle domande di iscrizione arrivano a gennaio, i dati del Universities and Colleges Admissions Service (Ucas) evidenzano che il 2013 con tutta probabilità vedrà una ulteriore contrazione delle immatricolazioni, aggiungendo al 6,4% in meno di iscrizioni del 2012-2013 un ulteriore calo, stimato al 5,6% al 17 dicembre del 2012.

Facciamo un passo indietro. È quasi difficile ripensarci oggi, ma in Inghilterra fino a poco tempo fa l’università era gratuita. Per la precisione, l’Education Act del 1962 aveva deciso che lo Stato si sarebbe fatto carico tanto delle tasse universitarie quanto di un maintenance grant, una borsa supplementare per ogni studente. Il primo a trasformare tali borse in prestiti fu Kenneth Baker, Ministro dell’Istruzione dal maggio 1986 che introduce a Westminster l’Education Reform Act del 1988 elaborato con l’appoggio di Margaret Thatcher. Nel 1998 poi il Teaching and Higher Education Act introduce tasse annuali di mille sterline a studente, un costo che triplica nel 2003 e poi triplica ancora nel 2010 con la riforma Browne, portando le rette a 9 mila sterline. È qui che nasce l’Office for Fair Access (OFFA). L’Office for Fair Access è una agenzia indipendente creata con l’Higher Education Act del 2004 al fine di assicurare che l’aumento delle tasse universitarie non escluda dall’istruzione terziaria gruppi svantaggiati e/o sotto-rappresentati. Per questo oggi ogni università che desideri imporre tasse superiori alle 6 mila sterline deve firmare un cosiddetto access agreement, nel quale si impegna a utilizzare parte degli introiti provenienti dalle rette per dare sostegno economico alle fasce più deboli, notoriamente le giovani donne e le minoranze etniche.

È in questo contesto che le parole di Willetts destano preoccupazione. Lungi dal celebrare una rinnovata equità sociale, infatti, la volontà di Willetts di includere gli studenti maschi bianchi quali categoria svantaggiata è causa potenziale di nuovi conflitti, ha detto Les Ebdon, direttore dell’OFFA. “Non dovremmo aspettarci che le domande di immatricolazione delle studentesse della classe media vengano rifiutate a favore degli studenti maschi bianchi della working class”, ha dichiarato William Richardson. Chi glielo dice alle minoranze etniche e alle giovani donne che devono competere per il diritto a studiare con quei white working class boys da tempo descritti come preoccupati più per le tre F (fighting, football and f***ing) che per le tre R (reading, writing, arithmetic)?

Il tema è caldo. In Italia, la prima bozza della spending review del luglio 2012 faceva una cosa simile, ovvero prevedeva rette universitarie più alte per i fuoricorso, e di utilizzarne una parte per finanziare le borse di studio degli studenti in corso. Una sorta di welfare-fai-da-te, si potrebbe dire, aiutati che il ciel t’aiuta (lo Stato no). Notoriamente questa bozza è stata cambiata. Ma se vogliamo, un ragionamento affine è proposto da Ichino e Terlizzese, i quali si ispirano precisamente al sistema inglese di income contingent loans e alte tasse per risolvere quella “macroscopica e odiosa ingiustizia” per la quale i poveri pagherebbero l’università ai ricchi. Anche Pietro Ichino, in un’interrogazione parlamentare del 18 maggio 2011, aveva preso il caso inglese a modello proponendo di aumentare le rette a 10 mila euro anche in Italia. Bisogna consentire ai ricchi di pagare di più (e intanto aumentare le rette per tutti) per agevolare i meno abbienti, è la logica. 

È una logica acrobatica, certo, ma supponiamo che fili. Il problema è che proprio in quel sistema inglese preso a modello per produrre equità sociale, proliferano invece nuove categorie di esclusi. Ne nascono a tal punto che ora gli stessi maschi bianchi autoctoni si trovano a competere con le giovani donne e le minoranze razziali per un posto all’università. Una nuova guerra tra poveri, insomma, anzi un modello di esclusione che estende la competizione agli stessi strumenti di discriminazione positiva pensati per tamponarlo. Un amaro risveglio, per gli estimatori della ‘facoltà di scelta’, non c’è che dire. Il caso inglese lo dice chiaro: rette più alte e prestiti d’onore trasformano l’istruzione in un privilegio per ricchi. Quante categorie di esclusione dobbiamo creare prima di ammetterlo?