E’ faccenda romana ma, se la si guarda bene, da vicino, assurge a contenuti universali.  E’, questa nuova stazione ferroviaria, come un gigantesco (davvero gigantesco) sfregio nel centro della città capitale,  non lontano dal cimitero del Verano. Dal termine sfregio si capisce che non mi è piaciuta fin da subito, dal suo apparire.

Ma quello che mi appresto a dire va anche oltre la parola “sfregio”. E’ una diagonale insensata. Una gomitata a un disegnatore distratto. Come se un pazzo avesse deciso di far precipitare  un ferro da stiro – come la Costa Concordia, affondata preso l’Isola del Giglio  – su un mucchio di case e binari di una città giù sfigurata.

Sono andato a guardare meglio e ho capito molte cose. Che non mi hanno fatto cambiare idea. Anzi.  Dall’interno della piramide non si coglie la mostruosità, questo è vero. Ma neanche dal di dentro di Cheope si coglie la magnificenza. Invece stando dentro questo aggeggio se ne coglie perfettamente la stupidità. Se arrivi in treno, per esempio con il Freccia Rossa, te la trovi sopra la testa. Esci dal vagone e sei invitato (non avendo scelta) a salire su una lunga scala mobile, che è la via obbligata per uscire dalla stazione. Energia elettrica sprecata a go go. Scala mobile che ti conduce, qualche piano sopra, in un larghissimo corridoio deserto.

Ma che dico? Corridoio? No. E’ una avenue, un corso, un’autostrada, larga decine di metri (non ho misurato), nella quale i miei co-passeggeri del lungo treno passano come formichine nere, come uno sciame di pulci, in mezzo a una sequela lunghissima di spazi per negozi. Tutti vuoti.

L’illuminazione è scadente, per fortuna. Così si consuma meno. Chi ha progettato questo mostro calcolava, evidentemente, che avrebbero supplito le vetrine rutilanti di luci dei negozi. Ma siccome sono tutti rigorosamente non occupati, occhiaie nere e lugubri, si resta nella penombra priva di consumo, a sbirciare a fatica una  segnaletica scarsamente visibile. E questo è solo uno dei piani. Ce ne sono altri, del tutto spenti. Ci sono deviazioni e svolte, altre scale mobili, che sono immobili.

Tutto questo falansterio – avrete capito – è stato progettato esclusivamente per il consumo:  con una stazione ferroviaria, fatta per prendere treni e scendere dai treni, non ha nulla a che fare. L’obiettivo è stato identico a quello di un comune autogrill, dove il percorso è  disegnato in modo che il gregge debba zigzagare tra salami e dvd e giocattoli e bottiglie di vinacci. Semplicemente hanno innestato un  enorme grande magazzino sulla vecchia stazione ferroviaria, schiacciandola con una spada di cemento armato grande quasi come la pista di un aeroporto.

Voi direte: non avere fretta. Vedrai che, con il passar del tempo, tutti quei negozi, quei bar inesistenti, verranno riempiti da proprietari vogliosi di vendere qualcosa, e, quindi da compratori spasmodicamente vogliosi di comprare quelle cose che saranno state impilate sugli scaffali.  Non so, vedremo. Ma ho l’impressione che chi ha pensato a questo obbrobrio abbia molto banalmente il cervello già intasato da una quantità sterminata di oggetti inservibili. I quali hanno occupato tutto lo spazio dove  avrebbero potuto circolare le idee. 

Non so chi sia  quello che ha commissionato l’orrore. So che lo abbiamo pagato noi. Non so neanche chi sia il progettista. Penso che un architetto che disegna un tale insulto all’intelligenza, alla logica, al rispetto dei passeggeri, sia niente più e niente meno che la pecora che deve passare nei meandri dell’autogrill. Stessa visione del mondo incartata nel panettone. Sicuramente è laureato, ma cosa vuoi che venga fuori da facoltà universitarie dove le materie di studio dicono  che lo sviluppo dei consumi dev’essere infinito e, dunque, ti insegnano a progettare degli outlet infiniti? 

Ecco in che senso la Stazione Tiburtina assurge all’universale, all’ineffabile. Andiamo in recessione, i redditi diminuiscono, i consumi  diminuiscono, le entrate dello stato diminuiscono. Ma il Faraone dice che torneremo a crescere. E, tutti in fila, i tecnici, i professori universitari, i sottosegretari, i capi partito, a commissionare e progettare  falansteri del consumo infinito.

Io manderei tutti in gita premio a Detroit, dove chi c’è stato racconta di una città vuota, spenta, sbarrata. Le fabbriche sono già state chiuse da tempo, intere vie sono off limits, salvo che ai cani.  Oppure tutti in gita premio  – di secondo livello  – ad Atene, dove è già peggio che a Detroit.

Per la Stazione Tiburtina sarà la fine quando il futuro Faraone d’Italia deciderà che, per risparmiare la luce, si devono fermare le scale mobili. Così, quelli che scendono dai treni bivaccheranno, con il coltello a portata di mano, sui marciapiedi. Suggerisco la visione di un vecchio film: “Piccoli omicidi”