Si sono appena svolti i funerali delle piccole vittime del Connecticut. Ana Grace, occhi scuri e riccioli neri aveva sei anni e amava il jazz. E’ stato il padre Jimmy Greene, sassofonista e compositore a trasmetterle la passione. E a dedicarle una canzone che porta il suo nome. L’aveva scritta e musicata magari pensando che in un futuro lei stessa avrebbe potuto suonarla ripercorrendo le sue orme. Ma Ana è morta insieme ad altri 17 bambini della stessa età nella terribile strage di Newtown.

Sarebbe un bel segnale se i colleghi musicisti del padre di Ana, americani e non solo, scrivessero e proponessero nelle loro tournée un brano per chiedere lo stop alla vendita delle armi in Usa. Un brano ciascuno o magari una “charity song”, una canzone collettiva sulla falsa riga di “We are the world” o “Do they know it’s Christmas”, composte per sensibilizzare governi e opinione pubblica su temi sociali. E magari quei tanti registi che nei loro film decantano le gesta di erculei sterminatori che imbracciano armi devastanti potrebbero per una volta valorizzare modelli non violenti.

In tanti, all’indomani della tragedia hanno chiesto, giustamente, di impedire per legge che si possano acquistare pistole e fucili come se si trattasse di hamburger e t-shirt. Lo hanno detto e scritto in molti, progressisti e conservatori (salvo le lobby delle armi che, ignobilmente hanno risposto “se anche le maestre fossero state armate non sarebbe successo…”).

Bene ha fatto il presidente Obama a schierarsi per una nuova legge che vieti la vendita delle armi da fuoco. Ma le leggi varate sull’onda dell’emotività anche se ineccepibili sono destinate a non durare (quella voluta da Clinton è decaduta alla fine del suo secondo mandato). Per questo l’appello rivolto anche al mondo della cultura e dello spettacolo affinché faccia la sua parte. Perché la violenza si combatte con la cultura della non violenza.

@s_corradino