Le scorte di intercettori antimissile Patriot sono a rischio e l’escalation militare Usa in Iran finisce in stallo
L’escalation militare in Iran, almeno per il momento, non ci sarà. È questa la conclusione cui è giunto Donald Trump dopo un incontro con i responsabili del Pentagono venerdì pomeriggio alla Casa Bianca. Il presidente sarebbe arrivato a questa conclusione dopo che i militari l’hanno avvertito che l’intensificarsi del conflitto avrebbe ulteriormente ridotto le già scarse scorte di intercettori antimissile Patriot e di altri sistemi di difesa aerea. La morte dei tre militari Usa in Giordania, la scorsa settimana, è stata causata proprio da un missile balistico iraniano, che è riuscito a eludere le difese aeree.
La decisione di non alzare il livello dello scontro è una nuova, significativa battuta d’arresto nella strategia iraniana della Casa Bianca. Giovedì, in un’intervista ad Axios, Trump aveva affermato: “Sto prendendo in considerazione un attacco massiccio. Più grande di quanto sia mai stato fatto prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti”. Poco prima, aveva ventilato la possibilità di colpire ponti, centrali energetiche e altre infrastrutture civili iraniane (ciò che sarebbe proibito dal diritto internazionale). Le dichiarazioni, insieme ai sempre più sostenuti raid americani su Teheran, sembravano andare in un senso molto chiaro. Esasperato di fronte alla tenace resistenza degli iraniani, alla loro scarsa disponibilità di piegarsi al negoziato, Trump aveva scelto l’opzione più dura. Un’esplosione di fuoco e distruzione, per costringere il governo degli ayatollah alla resa incondizionata.
Non è andata così. Venerdì Trump ha convocato alla Casa Bianca Dan Caine, il capo di stato maggiore congiunto, e gli alti vertici del Pentagono, e il consiglio che i militari gli hanno dato è di lasciar perdere, almeno per il momento. Secondo la ricostruzione del New York Times e di altri media statunitensi, sarebbe stato proprio Caine a formulare di fronte a Trump, e nel modo più prudente, le ragioni della ritirata. Gli Stati Uniti hanno certo la possibilità di concludere importanti operazioni militari, avrebbe detto Caine, ma ciò ridurrebbe il numero di intercettori a disposizione del Comando Centrale, responsabile delle operazioni in Medio Oriente. A scarseggiare sarebbero proprio le scorte di munizioni per difendere le truppe americane nelle basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Nel caso di escalation, avrebbe spiegato Caine, ci sarebbe una sicura rappresaglia iraniana. E gli Stati Uniti potrebbero non disporre degli strumenti necessari a tutelare i soldati Usa. In questo modo, implicitamente, Caine avrebbe anche riconosciuto una cosa che i vertici politici e militari americani continuano a negare. E cioè che l’arsenale bellico iraniano non è stato per nulla annientato e che al contrario mantiene, dopo mesi di guerra, la capacità di colpire gli americani.
Non sono stati soltanto i vertici militari a consigliare prudenza. Diversi tra i consiglieri della Casa Bianca, oltre ai funzionari del Dipartimento di Stato, hanno fatto notare che difficilmente l’escalation militare avrebbe costretto gli iraniani, in tempi brevi, alla resa. Il governo americano si sarebbe dunque trovato invischiato in un conflitto sempre più distruttivo, senza che in vista ci sia una possibile, probabile fine. La reazione ai costi della guerra dei senatori repubblicani e democratici, durante l’audizione del segretario alla difesa Pete Hegseth martedì al Congresso, è stato un ulteriore campanello d’allarme. Al Congresso si consolida una maggioranza politica che appare non più disponibile a pagare la guerra di Trump. A titolo di esempio, e proprio in materia di sistemi antiaerei, il Pentagono ha sinora utilizzato oltre 1200 missili intercettori Patriot, al costo di oltre 4 milioni di dollari ciascuno. All’incertezza su tempi ed efficacia dell’offensiva militare e all’affievolirsi del sostegno politico, si unisce poi anche il sicuro aumento del prezzo della benzina e del costo della vita, mentre si avvicinano elezioni di midterm. Sono questi gli elementi, hanno fatto notare i consiglieri più vicini a Trump, che consigliano appunto di non puntare sull’opzione militare più radicale.
Il presidente “ha sempre affermato di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a riservarsi tutte le opzioni qualora l’Iran proseguisse le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati”, spiega ora Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca. Dall’amministrazione arriva quindi il messaggio più volte ascoltato in questi mesi, e cioè che il governo Usa controlla perfettamente la situazione e che ha a disposizione varie opzioni per portare a termine, e con successo, il conflitto. La realtà appare sensibilmente diversa. In difficoltà con gli approvvigionamenti militari, senza una vera leva per riportare gli iraniani al tavolo dei negoziati, incapace di placare i timori degli alleati del Golfo, sotto pressione per l’avvicinarsi delle elezioni, l’amministrazione Trump si ritrova a corto di opzioni. Una guerra che doveva durare “quattro, cinque settimane” procede incontrollata da cinque mesi e, molto semplicemente, a Washington non sanno come farla finire.