Il gip non dissequestra l’acciaio dell’Ilva prodotto prima del decreto legge, l’azienda annuncia che così resteranno a casa 1400 operai e in serata il Cdm decide di presentare un emendamento interpretativo del decreto legge in cui sarà chiaro che quei prodotti sono utilizzabili. Questa la sintesi dell’ennesima giornata di passione per il cado del polo siderurgico di Taranto. 

Il gip del tribunale di Taranto non toglie i sigilli alle banchine dell’Ilva e l’azienda risponde annunciando “drammatiche conseguenze per i livelli occupazionali“. Secondo l’Ilva, “da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400 dipendenti, appartenenti prevalentemente alle aree della laminazione a freddo, tubifici e servizi correlati, rimarranno senza lavoro”. “Il numero di questi lavoratori – continua l’azienda – si andrà a sommare ai già 1.200 dipendenti attualmente in cassa integrazione per le cause già note quali la situazione di mercato e le conseguenze del tornado che ha investito lo stabilimento di Taranto lo scorso 28 novembre”. I posti a rischio, secondo l’Ilva, sarebbero dunque 2.600 solo a Taranto. Questi, ammonisce il gruppo Riva, “si andrebbero ad aggiungere a quelli impiegati negli stabilimenti di Novi Ligure, Genova, Racconigi e Salerno, dell’Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia nonché tutti i centri di servizio Ilva, quali Torino Milano e Padova, nonché gli impianti marittimi di Marghera e Genova”. Per un totale di oltre 4.000 dipendenti.

Il drammatico avvertimento dei vertici del gruppo fa seguito alla decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco che, stabilendo che il decreto del governo non ha “effetto retroattivo”, ha rigettato l’istanza del presidente dell’Ilva Bruno Ferrante in cui si chiedeva il dissequestro dei prodotti finiti e semilavorati, realizzati nel periodo successivo al sequestro degli impianti dell’area a caldo, risalente al 26 luglio scorso e antecedente al decreto. Il provvedimento di Palazzo Chigi, firmato lo scorso 3 dicembre, aveva autorizzato a proseguire la produzione e la vendita per tutto il periodo di validità dell’Aia, ovvero tre anni a partire dall’approvazione del decreto. Prima della decisione del gip, anche la Procura della Repubblica aveva espresso parere negativo sulla richiesta dell’azienda. A causa del blocco del materiale, la società ha calcolato un danno per il mancato introito di circa 1 miliardo di euro.

Il sequestro preventivo dei rotoli di acciaio, i cosiddetti coils, destinati alla vendita o al trasferimento in altri stabilimenti del gruppo, era stato disposto, con decreto preventivo da Todisco, su richiesta della Procura, il 22 novembre scorso. Secondo il gip le argomentazioni svolte nel parere dei pm risultano “pienamente fondate ed in quanto tali integralmente condivisibili, costituendo ‘il divieto di retroattività della legge […] fondamentale valore di civiltà giuridica e principio generale dell’ordinamento cui il legislatore deve in linea di principio attenersi”. L’azienda chiedeva, invece, “l’immediata esecuzione” degli articoli 2 e 3, comma 3, del decreto legge del governo del 3 dicembre scorso mediante “la rimozione dei sigilli dei beni oggetto del provvedimento decreto di sequestro preventivo del gip di Taranto in data 22 novembre 2012 e comunque di ogni altra attività necessaria a tal fine”.

Per i pm invece le disposizioni contenute nel decreto legge “trovano applicazione solo per l’avvenire, nel senso che l’attività consentita è solo quella di produzione e conseguente commercializzazione successiva all’entrata in vigore del decreto medesimo, fermo restando che l’attività con la relativa produzione avvenuta prima dell’emanazione del decreto non è soggetta alle regole ivi contenute, perché, nel caso contrario, un atto avente forza di legge avrebbe effetto retroattivo“. Il gip cita il passaggio del decreto legge in cui si dice che ‘a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto la società Ilva spa è immessa nel possesso dei beni dell’impresa ed è in ogni caso autorizzata […] alla prosecuzione dell’attività produttiva nello stabilimento ed alla conseguente commercializzazione dei prodotti per un periodo di 36 mesi (durata dell’Aia, ndr). Questo, secondo il giudice, “impone di escludere radicalmente che si sia voluto attribuire efficacia retroattiva alla disposizione stessa, invocata dalla società richiedente”.

L’Ilva ha annunciato di voler presentare ricorso al Tribunale del Riesame, sperando “che la situazione possa essere sbloccata al più presto per evitare oltre al danno derivante dalla mancata consegna dei prodotti già ordinati e non rimpiazzabili in alcun modo, anche il danno relativo all’eventuale smaltimento di tali prodotti che, l’azienda ricorda, sono prodotti deteriorabili”.

In serata però arriva una nota del ministero dell’Ambiente. L’azienda potrà commercializzare quanto prodotto prima del decreto.  ”Con l’emendamento – si legge – si chiarisce che la facoltà di commercializzazione dei manufatti da parte dell’Ilva, riguarda anche quelli prodotti prima dell’entrata in vigore del decreto salva-Taranto e attualmente sotto sequestro. Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, mercoledì mattina presenterà alla Camera l’emendamento governativo”.