Sono bastate quattro sedute e  295 minuti alla commissione Difesa della Camera per esprimere un parere entusiasta e praticamente senza riserve sulla legge di delega al Governo per la riforma delle forze armate. Minuti ai quali se ne dovrebbero aggiungere per la verità altri 440 di audizioni durante i quali sono stati sentiti il Capo di stato maggiore della Difesa, i rappresentanti del Ministero delle finanze e della Ragioneria dello Stato, i Cocer delle Forze armate, i sindacati del personale civile della Difesa, i rappresentanti di un paio di istituti di ricerca, persino giornalisti della stampa specializzata. Circa un centinaio di “auditi” che avrebbero dovuto tentare un breve riassunto dell’Universo avendo a disposizione 4 minuti a ciascuno. Dovrebbero chiedere l’ammissione al Guinness dei primati.

Che comunque sono sempre di più del minutino a disposizione di Augusto Di Stanislao, Idv, per illustrare ciascuno dei suoi numerosi ma tutti bocciati emendamenti. Il fatto è che la legge doveva arrivare in fretta in aula alla Camera per essere approvata in via definitiva. Ci sono scadenze? Termini tassativi da rispettare? Ce lo chiede l’Europa? Nulla di tutto ciò. Eppure i parlamentari hanno accettato di fare i buoni soldatini, ingoiando anche le poche e timide critiche che qualcuno di loro ha tentato di abbozzare. Allineati e coperti, come si deve. Eppure sono gli stessi parlamentari che ieri hanno montato un casino per allungare le concessioni delle spiagge demaniali, e hanno messo in  piedi barricate degne della presa della Bastiglia sulla questione della diffamazione a mezzo stampa.

Che questa legge sia una porcata à la Calderolì sono in tanti a dirlo. Lo ha spiegato persino Roberto Speciale, deputato Pdl, più conosciuto come il generale  che sussurra alle spigole. Qualcuno ha tentato di chiedere come mai si riforma lo “strumento” (leggi le forze armate) senza che nessuno di preoccupi di spiegare sulla base di quali presupposti, di quali missioni. Osservazione così banale ma così ardita da assomigliare al re nudo di Andersen. Se l’è chiesta per esempio una deputata del Pd, Federica Mogherini Rebesani: “Sarebbe stato più logico adottare prima tali scelte e poi procedere ad una revisione dello strumento militare”. Mai come in questo caso verba volant. Perché nessuno l’ha ascoltata. Neppure lei stessa, visto che poi ha votato a favore della legge.

Una fretta sospetta, tanto più che la legge è una delega al Governo a tagliare gli organici: 43mila tra militari e civili. Cioè 43 mila posti di lavoro buttai al vento. E per far cosa? Non per ridurre le spese militari, ma per comperare più armi. Perché la logica è spendere meno per in stipendi e più in F-35 o quello che volete voi.

Cosa ci sia dietro, lo ha detto forte e senza peli sulla lingua il Cocer dell’Aeronautica militare in un comunicato: “Il paese non merita una riforma del modello di difesa affrettata e squilibrata, che volge lo sguardo unicamente agli interessi dell’industria e dei poteri forti, calpestando la parte nobile dello strumento ovvero il militare”. Lo ha suggerito con più diplomazia ma forse con una punta in più di malizia anche Rosa Villecco Calipari, deputata del Pd, che durante l’audizione al rappresentante del ministero dell’Economia ha posto questa innocente domanda: “Siccome Finmeccanica è uno dei massimi protagonisti della produzione industriale di settore….. il Ministero dell’economia e delle finanze ha svolto previsioni sulle conseguenze di un cambio di scenario quale quello che potrebbe scaturire dall’approvazione di questo provvedimento?”.

Insomma il ministro Di Paola, l’uomo che sussurra agli americani, sta facendo un regalo che vale un 3 miliardi l’anno per i prossimi vent’anni a Finmeccanica, alla Lockheed, eccetera, e vuole che sia fatto e chiuso in fretta prima che il famoso e irreprensibile governo tecnico se ne debba andare. Ordina alla Camera di farlo e, mi si perdoni la citazione, la sventurata rispose.