“Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”: a leggere le dichiarazioni euforiche di molti esponenti del centrosinistra viene in mente Giovanni Trapattoni. La vittoria nettissima del segretario del Pd alle primarie ha finito per provocare una sorta di ottimistico corto-circuito che fa scambiare il risultato di domenica con quello delle future e incerte elezioni politiche. Letta (Enrico, non Gianni) afferma che lo sconfitto Matteo Renzi: “Deve entrare nella squadra di governo”. L’ex Idv Nello Formisano spiega che “la questione meridionale sarà al centro del governo che verrà”. Rosy Bindi, felice per non essere stata rottamata, discetta al pari di Letta de “la squadra di governo”. E persino il solitamente misurato Pierluigi Bersani assicura che la “prossima avventura è il governo del cambiamento”.

Maggiore prudenza sarebbe però consigliabile. Non per rispettare antiche e tutt’altro che dimostrate tradizioni scaramantiche. Ma perché Bersani deve ancora fare molta strada prima di arrivare a sedere a Palazzo Chigi. E non è una strada in discesa.

A oggi, è bene ricordarlo, la legge elettorale non fornisce garanzie sul risultato al Senato: chi vince nelle urne può benissimo risultare sconfitto nel conto dei senatori. Se la norma non verrà cambiata, ipotesi ormai più che verosimile, il Pd e i suoi alleati più piccoli (Sel, I socialisti e vari altri movimenti) rischiano di trovarsi a controllare la Camera, dove per ora resiste il premio di maggioranza, senza però aver in mano Palazzo Madama.

Bersani spera di mettersi al riparo alleandosi con il centro di Pierferdinando Casini. Che ci riesca tenendo insieme pure Sel di Nichi Vendola è però tutto da dimostrare. Inoltre, in caso di trattative con il montiano Casini, Bersani per rivendicare la premiership dovrà per forza uscire dalla politiche con in dote un buon risultato di coalizione: almeno il 39-40%. Lo otterrà?

Nessuno ha la sfera di cristallo. Di certo c’è che però le elezioni sono ancora lontane (non si capisce nemmeno esattamente quanto) e che i sondaggi di queste settimane (Pd superiore al 30%) sono influenzati da un effetto primarie destinato col tempo a scemare.

In pochi, è vero, possono credere possibile una rimonta del centrodestra. Ma proprio l’esito delle primarie ha fornito finalmente una carta da giocare a Berlusconi & C: il vecchio anticomunismo. Non è molto, ma è abbastanza perché il centro-destra, se solo riuscirà ad individuare un candidato premier, convinca qualche suo ex elettore a turarsi il naso per andare ai seggi con il dichiarato scopo di fronteggiare “il pericolo rosso” (gli ex Pci Vendola e Bersani). Questa strategia di chiamata alle armi è stata già compiutamente illustrata da Il Giornale della coppia SallustiSantaché. E anche se non è vincente, può servire a evitare la debacle e a rendere ancora più difficile la partita del Senato.

Poi c’è il Movimento 5 Stelle. Pure lì, dal punto di vista di Bersani, ci sono altri voti in fuga. E tanti. Le spinose questioni legate all’Ilva, a un D’Alema che non si candida ma che vuole piazzare i suoi, al Tav, alla mancata abolizione del finanziamento pubblico, finiranno per favorire il M5S. Lo dicono le indagini demoscopiche secondo cui tra i potenziali elettori del Movimento ce ne sono molti ai quali gli attacchi alla Casta di Renzi non dispiacevano. Elettori disgustati da questa politica che senza il sindaco di Firenze non avranno più dubbi: ritorneranno alla base.

Bersani insomma deve incrociare le dita e pedalare. Altrimenti finirà per fare una cosa veramente di sinistra. La stessa che ha fatto Matteo Renzi: perdere.