Ha tirato un sospiro di sollievo, ieri sera il Cavaliere. Veder girare vorticosamente il pallottoliere sui numeri di Bersani lo ha rasserenato non poco, malgrado Daniela Santanchè gli abbia rovinato più volte la festa con le sue lamentazioni sul domicilio obbligato del fidanzato Sallusti: “Siamo bloccati qui, non posso nemmeno vedere la mia famiglie e, soprattutto, non possiamo neppure andare a Natale a Cortina; una vera barbarie”. Ma ieri, per Berlusconi è cominciato un nuovo capitolo della sua vita politica. Vista da Arcore, infatti, la vittoria di Bersani è stata “il trionfo della burocrazia e dell’apparato del vecchio partito sul bravo Renzi”. È il segnale che Silvio Berlusconi attendeva, dato che “il candidato premier del Pd è in politica da più tempo di me”.

Ma la questione generazionale è il problema minimo, il Cavaliere – è noto – si considera sempre un giovanotto. Il sollievo che gli ha dato la vittoria di Bersani è un altro: Renzi sarebbe stato un avversario temibilissimo perché uomo nuovo di riferimento del medesimo bacino elettorale del Pdl; il centrodestra moderato. Insomma, Renzi avrebbe tolto voti a lui, non a sinistra e il fatto che, alla fine, la sinistra lo abbia sostanzialmente espulso come un corpo estraneo (il 38,8% per Renzi è senza dubbio un dato umiliante, che non gli consentirà neppure di dare battaglia interna al Pd) non ha potuto che rendere felicissimo Berlusconi; un nemico in meno da combattere. A destra, ovviamente. E così si potranno rispolverare vecchi slogan sul “pericolo rosso”. A rendere chiaro quale sarà la linea delle prossime settimane è l’apertura di oggi de Il Giornale: “Restano comunisti. La sinistra non cambia, con il segretario continuano a comandare i soliti. Con l’ex Pci candidato premier si avvicina il ritorno del Cav.”

La fine di queste primarie del centrosinistra in modo tanto canonico dovrebbe quindi dare il via libera al lancio ufficiale del nuovo partito da parte di Berlusconi, ma a frenarlo, adesso, sono anche altre incognite. Due, in particolare: le barricate erette contro di lui da Alfano e dirigenti Pdl e la riforma elettorale che domani andrà in aula al Senato. Questioni che, comunque, si diraderanno in settimana.

L’ex premier, ormai, si sente di nuovo in rampa di lancio. Tornerà a Roma mercoledì per presentare il libro di Vespa, ma l’idea che l’ufficio di presidenza del partito si possa svolgere nella stessa giornata è ancora un terno al lotto. Perché prima si dovrà giocare anche la partita della legge elettorale. Berlusconi rivuole il Porcellum ad ogni costo perché intende nominarli di nuovo lui i suoi fedelissimi da portare in Parlamento. Dai sondaggi della fedele Ghisleri ha avuto chiaro che, comunque, non riuscirà a far nominare più di 80 persone, tra Camera e Senato, ma sufficienti per tenerlo sempre sulla scena e, soprattutto, permettergli di controllare direttamente gli affari di famiglia e i suoi con la giustizia. L’affare Sallusti, d’altra parte, gli ha permesso di attaccare di nuovo i magistrati e la “barbarie” che si sta consumando in queste ore; un’abitudine “sana”, secondo la casa di Arcore, che non va mai persa. Dunque, in Senato, Berlusconi mira a far buttare la palla in tribuna sulla legge elettorale, anche se non tutto il partito è con lui e quelli che non verranno più eletti al prossimo giro già hanno giurato di fare fronda. Così come si metteranno senz’altro di traverso davanti all’ipotesi di far cadere Monti se il governo non dovesse dare l’election day a febbraio.

Al momento, questa partita è l’unica che tiene ancora unito il Pdl, anche se il novero dei possibili “traditori” pidiellini al momento del voto si accresce di ora in ora. Insomma, sono ancora diverse le questioni aperte sul tavolo di palazzo Grazioli. Che rallentano la decisione finale. Il Lazio, il Cavaliere l’ha già dato per perso, per il Molise si può ancora combattere, ma certamente si vuole giocare bene la Lombardia, soprattutto ora che Tremonti scende in campo con Maroni. In questa settimana, dunque, si gioca molto di quella che sarà il quadro futuro del centrodestra. Con un paradosso, sul fronte elettorale, che si è manifestato proprio ieri sera e che ha segnato un punto a favore del Cavaliere: la vittoria di Bersani. Sarebbe stato veramente difficile “combattere” contro un Renzi che tutti, a destra, considerano il suo “figlioccio” politico. E che lui spera, prima o poi, di riuscire a portare nella sua parte politica: “Con Renzi – diceva ieri sera – noi saremmo andati di nuovo al governo”. Sarà per la prossima volta.