Le primarie e il coinvolgimento dei cittadini hanno confermato che è finito il tempo delle pacche sulle spalle e che nel Paese c’è una grande voglia di riscatto e di essere protagonisti in prima persona della vita pubblica: sulla capacità di rispondere a questa domanda di partecipazione, si gioca la credibilità della politica, la ricostruzione di un rapporto con la società o la sua rottura.

Mai come oggi il metodo è anche contenuto e sostanza di una proposta di cambiamento. L’allargamento degli strumenti democratici e della cittadinanza attiva è l’unica strada per offrire un’alternativa alla rabbia e al disincanto che nascono dalla crisi economica, sociale e morale del Paese e che spingono all’isolamento e alla rottura di legami solidaristici e comunitari, fino alla contestazione del ruolo dello Stato e delle Istituzioni democratiche come strumento di promozione del progresso economico, del benessere collettivo e della garanzia dei diritti di ogni cittadino.

La politica ha un’opportunità che non deve disperdere per superare gli opposti estremismi che spesso dominano il dibattito pubblico e impediscono di far emergere le tante energie presenti nella società italiana: l’estremismo di chi pensa che tutto sia da buttare, perché la politica fa schifo, così come l’errore speculare di illudersi che sia possibile riaffermare il primato della politica nelle sue forme tradizionali, senza prendere coscienza della rivoluzione in atto nelle modalità di esercizio del potere e nell’organizzazione delle forze sociali.

Il dramma della politica di questi anni è stato lo slittamento della sua funzione dalla promozione dell’interesse generale, alla subalternità e alla frammentazione degli interessi particolari. Il disastro comincia quando non si fa più politica per gli altri, a cominciare dai più deboli, ma per sé stessi e per i propri amici. Da qui, il degrado etico, la corruzione dilagante, l’assurda moltiplicazione di partitini e gruppi autoreferenziali, l’onnipresenza di cattivi politici che diventano immagine della politica stessa.

Se la politica vuole rigenerarsi, la partecipazione non deve essere un episodio ma una prassi costante. Bene le primarie per le candidature alle cariche pubbliche e sulle leadership interne ai partiti, perché il coraggio di rimettersi in gioco in un percorso collettivo è l’unica strada per uscire dalla dittatura dell’io. Sempre di più, a partire dalle prossime scadenze elettorali, la ricerca di processi partecipativi seri e efficaci dovrà diventare un elemento di sfida e un discrimine fra chi vuole che rimanga il dominio dell’opacità e dell’arbitrio e chi crede nell’affermazione di una prassi di decisione condivisa anche nella discussione sulle idee, nella definizione dei programmi, e nel confronto sulla scelte chiave che incidono direttamente sulla vita dei cittadini.