C’è chi, come il Partito democratico, ha uno statuto che prevede l’incandidabilità per rinviati a giudizio e beneficiari di patteggiamento. Poi c’è chi, come Sel, si rifà al “codice Vendola”: qualsiasi condannato, anche in primo grado, anche a un solo giorno, non può diventare parlamentare. Infine c’è il governo, che cerca di scrivere un decreto delegato per prevedere l’ineleggibilità dei condannati ma non riesce ad andare oltre l’esclusione di quelli giudicati in via definitiva. E nemmeno di tutti: fuori dalle liste solo chi deve scontare pene superiori a due anni per reati contro la Pubblica amministrazione, tre per gli altri.

Entro la settimana il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, vuole “chiudere il cerchio” sulla delega ricevuta dalla legge anticorruzione per incassare il decreto prima delle regionali di gennaio. Per farlo ha bisogno anche dell’aiuto dei suoi colleghi Filippo Patroni Griffi (Funzione pubblica) e Paola Severino (Giustizia). Poi la bozza dovrà passare al vaglio del Parlamento che, entro 60 giorni, darà un parere obbligatorio ma non vincolante. Di certo la valutazione non può essere negativa se le maglie restano così larghe e non viene escluso quasi nessuno. Ma restano ancora alcune incognite.

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La prima è sulla temporaneità dell’incandidabilità. Potrebbe infatti non essere per sempre ma commisurata alla lunghezza della pena. Allo studio del Viminale c’è l’ipotesi di una riabilitazione politica. In Germania, per esempio, un anno di reclusione equivale a cinque anni di ineleggibilità. In Francia è sempre un lustro il periodo di interdizione per i condannati per corruzione.

La seconda è sul patteggiamento. In Italia l’87% dei processi per corruzione finiscono con un accordo per una pena inferiore a due anni. Cioè risulterebbero tutti eleggibili. Per questo motivo la Cancellieri vorrebbe equiparare il patteggiamento alla pena definitiva. Ma giuridicamente è un salto mortale, difficilmente realizzabile. Infine c’è il problema dei reati. La lista parla di quelli gravi e “di grave allarme sociale”. Ma non dei reati fiscali, per esempio, né di quello di prostituzione minorile contestato a Silvio Berlusconi nel processo Ruby.

In un Paese in cui il Parlamento supera il centinaio di indagati, condannati o prescritti, si fa un decreto che ne colpisce solo tre, lasciando di fatto la situazione invariata. “Quando si fa dipendere l’incandidabilità dalla sentenza passata in giudicato non si fa una buona cosa, dal punto di vista politico e da quello dell’anticorruzione, perché una sentenza di primo grado vale molto – spiega il senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio, ex procuratore capo di Milano – noi sappiamo che moltissime sentenze per reati di corruzione in Appello o in Cassazione vanno in prescrizione perché nel 2005 c’è stata l’ex Cirielli che ha abbreviato notevolmente i tempi”.

Per il senatore D’Ambrosio, quindi, “dovrebbe essere sufficiente la sentenza di primo grado per determinare l’incandidabilità anche a causa delle condizioni della giustizia italiana. Se c’è stata una sentenza in primo grado facciamo cadere questa presunzione di non colpevolezza almeno dal punto di vista politico. Capisco che è contenuta nella nostra Costituzione però la Convenzione europea dei diritti dell’uomo fa cadere questa presunzione con la sentenza del primo giudice”. É dello stesso parere il governatore della Toscana, Enrico Rossi. Nella sua Regione si vota con un sistema a liste bloccate simile al Porcellum, ma per scegliere i candidati si fanno le primarie: “La legge per l’incandidabilità dei corrotti deve parlare chiaro – dice Rossi – anche chi ha subito solo il primo grado di condanna per reati gravi deve star fuori dal Parlamento. Altrimenti non serve a nulla. Ve lo immaginate ritrovarci ancora con un candidato come Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa?”. La realtà, si sa, può andare oltre l’immaginazione: Dell’Utri, con questa legge, potrà ricandidarsi.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2012