Possedere uno smartphone o un tablet potrebbe essere un “danno”. Se da un lato infatti offrono la possibilità di navigare su Internet, ascoltare musica e scattare foto ovunque, dall’altro lato hanno anche il potere di trasformarci in veri e propri maniaci del lavoro. E a quanto pare i “malati” sono ormai tantissimi. Una ricerca britannica ha dimostrato che la facilità di accedere sempre e ovunque alla propria casella di posta elettronica ci porta a fine giornata a lavorare in media due ore in più rispetto al dovuto. In pratica, ogni anno a causa degli smartphone e di tutte le diavolerie tecnologiche arriviamo a lavorare in media 460 ore in più.

Dai risultati della ricerca, commissionata dall’azienda specializzata in tecnologie Pixmania, una giornata di lavoro in Gran Bretagna può durare dalle 9 alle 10 ore. Ma se a queste ci aggiungiamo gli “straordinari” con lo smartphone, che consistono nell’invio e nella ricezione di e-mail di lavoro, o anche della ricezione di semplici telefonate, la conta delle ore di lavoro aumenta. Considerata la diffusione di queste nuove tecnologie in Gran Bretagna, ma anche nel nostro paese, non siamo di fronte a un problema marginale. Si stima infatti che oltre il 90 per cento degli impiegati ha un cellulare abilitato a ricevere le e-mail e un terzo di questi accede alla propria casella di posta elettronica più di 20 volte al giorno.

Quasi uno su dieci ammette di spendere fino a tre ore del proprio tempo fuori dall’ufficio a controllare le e-mail di lavoro. E questo vale anche per chi non possiede uno smartphone o un tablet, visto che dalla ricerca è emerso che molti controllano eventuali comunicazioni di lavoro sulla posta elettronica anche dal computer di casa. C’è chi addirittura ha confessato di “stare in guardia” praticamente 24 ore al giorno: nove su dieci ha ammesso di guardare le e-mail di lavoro o di fare e ricevere telefonate anche fuori l’orario d’ufficio. Quasi due terzi dei soggetti ha ammesso di controllare spesso la propria casella di posta elettronica poco prima di andare a letto la sera e la mattina appena sveglio, mentre più di un terzo ha addirittura risposto a una e-mail nel bel mezzo della notte. In media la finestra temporale in cui oltre un terzo degli impiegati britannici controlla la mattina le e-mail di lavoro va dalle 6.00 alle 7.00. Un quarto di questi controlla la propria casella anche tra le undici e mezzanotte.

Non si può certo negare che lo sviluppo di queste nuove tecnologie abbia due facce. “La possibilità di accedere letteralmente a milioni di applicazioni, di mantenere i contatti attraverso i social network e di scattare foto e video, nonché di mandare messaggi e fare chiamate, ha reso lo smartphone uno strumento prezioso per molte persone”, commenta Ghadi Hobeika, direttore marketing di Pixmania. “Tuttavia, ci sono – continua – una serie di svantaggi. Molte aziende si aspettano che i loro dipendenti siano in servizio 24 ore al giorno, sette giorni alla settima, e lo smartphone significa che le persone non possono letteralmente allontanarsi dal lavoro”. In pratica, più aumentano le possibilità di stare in contatto più ci si aspetta una maggiore capacità lavorativa. Questa della Pixmania non è l’unica ricerca che mostra la nostra, seppur inconsapevole, “schiavitù da lavoro” a causa dello smartphone. Qualche mese fa è stata infatti promossa una ricerca da Mozy, un’azienda britannica che fornisce servizi tecnologici ad altre imprese, che ha sottolineato quanto lo smartphone abbia allungato i nostri orari di lavoro. Anzi spesso, a causa delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, non si riesce quasi mai a staccare del tutto.

Per alcuni questa situazione è da considerarsi come un vero e proprio campanello d’allarme di quello che in America viene definito “workaholism”, ovvero “sindrome da ubriacatura da lavoro”. Si tratta di una malattia che comporta una dipendenza dal lavoro, intesa come un disturbo ossessivo-compulsivo, un comportamento patologico di una persona troppo dedita alla professione e che pone in secondo piano la sua vita sociale e familiare.

di Valentina Arcovio