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L’Odissea di Nolan 81 anni dopo Hiroshima: l’arma nucleare è il cavallo di Troia a cui abbiamo aperto le porte

Se ci sarà un sequel non si tratterà di un film: non possiamo non dirci avvisati
L’Odissea di Nolan 81 anni dopo Hiroshima: l’arma nucleare è il cavallo di Troia a cui abbiamo aperto le porte
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L’Odissea di Christopher Nolan, piuttosto che trasposizione cinematografica del poema attribuito ad Omero, può essere considerato il prequel di Oppenheimer. Nel precedente film l’inventore della bomba atomica riconosce di essere “diventato morte e distruttore di mondi”, citando l’antica Bhagavad Gita; in questo il Re di Itaca riconosce di essere diventato “distruttore di una civiltà”.

L’Oppenheimer e l’Ulisse di Nolan osservano con il medesimo sguardo smarrito l’esito del proprio ingegno applicato alla distruzione totale, mentre brucia Hiroshima, mentre brucia Troia. E proprio quell’ingegno, trasformato in tecnica e messo al servizio della guerra e degli interessi che la preparano (no, non è la bellezza di Elena la causa della guerra di Troia), moltiplicherà all’infinito la capacità distruttiva e autodistruttiva degli umani. Iniziata allora, portata alle estreme conseguenze oggi.

Autodistruzione che a 81 anni dallo sganciamento delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki – 6 e 9 agosto 1945 – è più vicina che mai, man mano che la “guerra mondiale” in corso si salda: 100 secondi all’apocalisse nel 2022, 90 nel 2023 e 2024, 89 nel 2025, 85 nel 2026, secondo gli aggiornamenti progressivi del Doomsday clock a cura del Bulletin of the Atomic Scientist. Eppure i Costituenti italiani, che si misero al lavoro dieci mesi dopo quegli impuniti crimini contro l’umanità, ci avevano avvisati che ormai il mezzo della guerra era da ripudiare per sempre, per liberarne l’umanità dal “flagello”, com’era già scritto nell’incipit della Carta delle Nazioni Unite.

Ci avevano avvisati anche scienziati e filosofi, come Albert Einstein e Bertrand Russell e molti premi Nobel, appellandosi nel 1955 ai governi: “Questo dunque è il problema che vi poniamo, un problema grave, terrificante, da cui non si può sfuggire: metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?”

Ci avvisano da allora gli scienziati che – traendo ispirazione da quel Manifesto Einstein-Russell che esortava i leader mondiali a “pensare in modo nuovo”, a rinunciare alle armi nucleari e a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le controversie – svolgono le Conferenze di Pugwash (Premio Nobel per la pace 1995), dal nome dell’isola canadese nella quale si svolse il primo incontro nel 1957. Nel loro manifesto fondativo è scritto: “L’umanità ha un solo nemico: la nostra irrazionalità che ci impedisce di lavorare assieme per risolvere i problemi comuni” (vedi anche Carlo Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici, 2026).

Ecco: l’irrazionalità, come ci avvisava pochi anni dopo anche la lettera enciclica di papa Giovanni XXIII Pacem in Terris (1963) che a sua volta, con l’avvento delle armi atomiche, definì la guerra “aliena alla ragione” (alienum est a ratione, bellum). Giudizio senza appello, ampiamente ribadito da papa Francesco (“La guerra è una follia, una sconfitta per tutti”, 30 marzo 2023); esteso alla nuova corsa al riarmo anche da papa Leone (“Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce la fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”, 14 maggio 2026). La chiesa non è mai stata più chiara di così.

Inoltre, durante la precedente corsa agli armamenti ci avevano avvisati anche le lezioni di Günther Anders e Norberto Bobbio, concordi sull’irrazionalità della guerra nell’epoca nucleare. Anders ha dedicato gran parte della vita a mettere in guardia dal pericolo della bomba atomica, “non arma ma nemico. Ciò contro cui lottiamo, non è questo o quell’avversario che potrebbe essere attaccato o liquidato con mezzi atomici, ma la situazione atomica in sé” (Tesi sull’età atomica, 1960). Norberto Bobbio, che ha lavorato a lungo sui temi della guerra e della pace – anche in dialogo con Aldo Capitini – scriveva: “Non mi considero un nonviolento militante, ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza collettiva e organizzata che è la guerra, sia esterna che interna, o la violenza li cancellerà dalla faccia della terra” (Il problema della guerra e le vie della pace, 1979).

Oggi, invece, i movimenti per la pace e il disarmo – che sul piano internazionale conducono la Campagna per la proibizione delle armi nucleari (ICAN, Premio Nobel 2017) – si trovano di fronte all’afasia, o anche al bellicismo, di gran parte del mondo intellettuale incapace, salvo lodevoli eccezioni, di schierarsi dal lato della ragione. Anche per questo bisogna saper cogliere i segnali che un regista come Nolan dissemina nella sua produzione: è come se, intrecciando le epiche vicende dei due film, Oppenheimer e Odissea, ci dicesse che l’arma nucleare è il cavallo di Troia a cui abbiamo aperto le porte della nostra civiltà. E che se ci sarà un sequel non si tratterà di un film: non possiamo non dirci avvisati.

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