Lo Stato pensa a vendere il patrimonio. Ma nessuno sa quanto vale. Lo scrivevamo un anno fa quando a lanciare l’operazione sugli immobili pubblici era il ministro Giulio Tremonti. Timone e calcolatrice sono passati in mano ai tecnici mai i conti – un anno dopo – ancora non tornano: il debito corre verso quota 1.976 miliardi di euro (123% del Pil, 126% secondo altre stime) e rientrano in campo le vendite straordinarie dei beni statali. Ma proprio come allora, gli annunci trionfalistici sulle previsioni di entrata si scontrano con l’incertezza dei dati.

Giovedì si è svolto un seminario curiosamente “a porte chiuse” in cui è stato sollevato il sipario sull’operazione taglia-debito disegnata dal ministro Grilli. Sono filtrate però alcune notizie. In pista per i saldi di Stato italiani ci sarebbe già un fondo degli emiri del Qatar. Ma sono filtrate anche cifre molto meno ottimistiche dei mesi scorsi, con una previsione di incasso non superiore ai 5 miliardi. Non di più. Perché questo è il patrimonio immediatamente cedibile, su un valore di circa 350 miliardi. Lo Stato centrale ne detiene solo il 15% e di questo l’80% è occupato da beni incedibili come uffici, chiese e università.

All’appello manca poi il 47% del patrimonio detenuto delle amministrazioni periferiche, enti locali e società controllate. Un giallo che neppure Monti ha risolto. Al censimento iniziato un anno e mezzo fa, infatti, ha risposto solo un’amministrazione su due, col risultato che oggi si predispone un piano di dismissioni conoscendo solo il 53% del patrimonio. Anche il governo tecnico rischia dunque di fare i conti senza l’oste e il dato non è sfuggito ai parlamentari della V Commissione della Camera che seguono la partita. Nel 2011 già pareva incredibile che – a 150 anni dall’unità d’Italia – nessuno sapesse esattamente il valore del patrimonio pubblico nazionale. Oggi, con i tecnici al governo e un anno in più a disposizione, questa situazione appare ancora più paradossale. “Come si può arrivare al 2012 – chiede ad esempio Amedeo Ciccanti (Udc) – con Agenzia del territorio e Agenzia del demanio interamente informatizzate e digitalizzate, a non conoscere la consistenza del proprio patrimonio? La responsabilità di non avere un catasto di questo patrimonio è di queste Agenzie o della sua Direzione generale?”.

La risposta del dirigente generale della Direzione e privatizzazioni del Tesoro Francesco Parlato è che le amministrazioni che si sottraggono al censimento vengono deferite alla Corte dei Conti ma non subiscono penalizzazioni. Da qui, la necessità di un più cauto ottimismo: “Se si parla di un programma del valore di 200 miliardi, ciò non ha assoluta credibilità e non è utile né per il Tesoro, né per il Paese”.

Svendere più che vendere. Questo è il rischio di lanciare operazioni di cartolarizzazione alla cieca, senza sapere qual è il patrimonio disponibile, se le amministrazioni locali lo stanno usando per fini istituzionali, per servizi come asili nido, ospedali e scuole e quanta parte è messa a reddito. E tuttavia si vuole procedere, dismettere il cedibile. Come se il padre di famiglia, rincorso dai creditori, vendesse una parte della casa senza sapere quanti locali ha e quanti glie ne servono, in che condizioni sono, se sono liberi e a cosa sono adibiti. Un’incertezza che, ammettono anche i tecnici del Tesoro, rischia di creare problemi di coordinamento nella fase operativa della vendita tra i diversi soggetti coinvolti, con lo Stato che chiede di lasciare gli immobili e le amministrazioni proprietarie che li rivendicano. C’è anche il rischio di svendere asset immobiliari mettendo sul mercato privato “gioielli di famiglia” solo perché disponibili e lasciare sulle spalle dello Stato le palazzine vuote che non servono a nessuno. Non a caso la discussione generale – da anni ormai – finisce per concentrarsi sulle caserme inutilizzate, monumentali esempi di patrimonio in abbandono. Ma agli investitori internazionali si fanno balenare spiagge e castelli a prezzo di saldo, palazzi che si affacciano sul Canal Grande e offerte last minute dell’Italia “in tasca”.

Molti immbobili, nessun acquirente, tanti rischi – Ad agosto un’intera pagina del Wall Street Journal era dedicata alle “grandi occasioni italiane”, con un elenco di immobili che farebbero gola a ricchi investitori internazionali: le caserme a due passi dal centro storico di Bologna, l’affascinante Palazzo Diedo sul Canal Grande per 19 milioni, il Palazzo Bolis Gualdo in via Bagutta a Milano di cui l’amministrazione meneghina si sbarazzerebbe in cambio di 31 milioni di euro. Si chiude in bellezza con il Castello Orsini di Soriano sul Cimino costruito da un Papa nel 1270 e poi usato come prigione. Ma al momento è tutto fermo. Anche perché riadattare questo patrimonio costa un occhio della testa ed è difficile trovare chi metta soldi nella sua valorizzazione. Da qui anche il rischio di svendita: a che prezzo cedere una caserma che non è a norma o beni che destinare ad uso commercialo o residenziale può costare un terzo del valore?

Ma non è l’unico rischio. Nell’incontro riservato di giovedì è stata confermata l’istituzione di una società di gestione (Sgr) per la cui presidenza è già in lizza l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, Elisabetta Spitz. La società istituirà uno o più fondi di investimento ai quali saranno conferiti gli immobili e che attraverso la vendita delle quote concorreranno alla riduzione del debito pubblico dello stesso Stato e degli enti locali. E’ lo stesso sistema di tecno-finanza utilizzato per le ultime operazioni dell’era Berlusconi-Tremonti. E finite in perdita. Nello scorso decennio sono state lanciate due grandi operazioni attraverso la Società cartolarizzazione immobili pubblici (Scip1 e Scip2): hanno richiesto 10 anni solo per il censimento dei beni e alla fine lo stato ha guadagnato ben poco, mentre i privati aderenti al fondo per la valorizzazione hanno fatto affari d’oro a rischio zero, perché lo Stato garantiva il risultato.

Clamoroso l’epilogo della seconda cartolarizzazione. Nonostante già nel 2006 la Corte dei Conti (delibera n. 4/2006 del 31 marzo 2006) avesse ammonito il governo circa il rischio di consegnare “chiavi in mano” il patrimonio ai privati senza trasferire loro il rischio si è andati avanti con le (s)vendite di Stato. E l’ultima, la Scip2 del 2008, si è conclusa in un disastro per i conti pubblici: lo Stato è riuscito a vendere non più di 65mila immobili per 6,9 miliardi, un incasso pari al 66,5% della previsione e molto inferiore al rimborso dei titoli di debito emessi a garanzia del fondo. In pratica le obbligazioni emesse superavano le vendite e la società creata ad hoc non aveva in cassa i soldi per pagare le scadenze. L’epilogo è noto: la società viene liquidata l’anno successivo da Tremonti con perdite pari a 1,7 miliardi. Lo Stato, alla fine, ha pagato le perdite. Forse oggi, in tempi di spending review, varrebbe la pena non ricaderci.