Sbattuto il mostro Armstrong in prima pagina, all’indomani della sua radiazione si inizia a indagare anche su chi Armstrong lo ha coperto. Se non proprio aiutato a mettere su “il più grande sistema doping del mondo”, come ha denunciato l’Usada. Anche perché sono diverse le testimonianze, alcune rese in tribunale sotto giuramento, che accusano l’Uci e lo sponsor Nike di aver aiutato Armstrong a nascondere la sua positività ai controlli. Ultima in ordine di tempo la sibillina dichiarazione di Tygart, numero uno dell’Usada: “Nonostante l’iniziale opposizione all’indagine sul doping nel ciclismo, e in particolare sulla US Postal (la squadra di Armstrong ndr), siamo soddisfatti che l’Uci finalmente abbia invertito la rotta. Ma la credibilità del ciclismo, sport in cui ancora regna l’omertà, si può ottenere solo destituendo i dirigenti che avrebbero dovuto controllare. Hanno chiaramente avuto i paraocchi. Bisogna guardare al passato, esaminare l’operato delle persone che erano lì, e porsi delle domande”.

Una risposta al presidente dell’Uci McQuaid, che ieri ha dichiarato di non aver nessuna intenzione di dimettersi nonostante l’Uci sia stata accusata da più parti di avere coperto diversi test antidoping di Armstrong risultati positivi. McQuaid ha aggiunto poi che lui si ritiene responsabile solo dal 2005 in poi, da quando ha preso il posto dell’ex presidente Verbruggen. In realtà la sua presidenza è perfettamente in linea con la precedente, tant’è che il nuovo boss dell’Uci ha appoggiato Verbruggen in diverse cause civili per diffamazione contro l’ex compagno di Armstrong, Floyd Landis, e contro l’ex responsabile della Wada (agenzia mondiale antidoping) Pound. E pensare che la colpa di Landis è quella di aver testimoniato sotto giuramento che l’Uci falsificò il risultato di un test positivo di Armstrong nel 2001, dopo il giro di Svizzera. Una ricostruzione confermata anche da Tyler Hamilton, altro compagno di Armstrong, al programma ‘60 minutes‘ della CBS.

Intorno a quel test si allungano poi molte ombre, e nascono nuove domande. Perché proprio in quel periodo il corridore texano fece una donazione di 125mila dollari all’Uci? “Per essere impiegati nella lotta al doping. Abbiamo accettato apertamente quella donazione e l’abbiamo utilizzata per buoni fini”, ha risposto ieri McQuaid. Peccato che di quella donazione si sia saputo casualmente nel 2010, e quindi non sia stata accettata proprio ‘apertamente’. E che i soldi siano serviti a combattere il doping è tutto da dimostrare. Anzi, il medico australiano Ashenden ha un parere ben diverso. E in un’intervista alla BBC fa notare come, parallelamente alla donazione di Armstrong, l’Uci abbia girato un macchinario professionale per i test del sangue, del valore di 70 mila dollari, a un laboratorio di Losanna con cui Armstrong era in stretto contatto. “Un triangolo pericoloso – ha spiegato Ashenden – Qualcuno avrebbe dovuto dare spiegazioni in proposito, altro che denunciare per diffamazione“.

Lo stesso Ashenden fu il grande accusatore nel caso del ‘Laboratoire national de dépistage du dopage de Châtenay-Malabry‘ (LNDD). Nel 2005 il laboratorio testò dei campioni di sangue congelati di Armstrong, risalenti al Tour de France del 1999, e trovò tracce di Epo (campioni sospetti all’85%, non positivi al 100%). Per tutta risposta l’Uci creò una commissione d’inchiesta e la affidò all’avvocato olandese Vrijman, il più grande difensore di atleti accusati di doping, il quale decise che Armstrong era innocente e il LNND colpevole di aver fatto test poco scientifici. Una decisione che mandò su tutte le furie la Wada, e l’allora presidente Pound, che definirono l’indagine una farsa e furono perciò accusati dall’Uci di diffamazione.

Ma non è finita qui. Betsy Andreu, moglie dell’ex compagno di squadra Frank Andreu, ha recentemente dichiarato che Armstrong non agiva da solo, ma era coperto dall’Uci e dalla Nike. Una tesi confermata da Kathy LeMond, moglie di un altro ex compagno, Greg LeMond, la quale ha giurato in tribunale che anche nel caso dei campioni sospetti del 1999 Armstrong ha donato all’Uci 500mila dollari per coprire la positività, come le aveva confessato il meccanico della Us Postal. Ma sulla graticola non c’è solo l’Uci, che secondo le testimonianze rese sapeva del doping di Armstrong, e su questo lucrava. Quei soldi, secondo la testimonianza della signora LeMond, sarebbero stati infatti pagati direttamente dalla Nike su un conto svizzero dell’ex presidente dell’Uci Verbruggen. Su questo scottante aspetto della vicenda non è ancora stato aperto alcun procedimento legale.

La Nike da parte sua prima ha negato ogni responsabilità con un comunicato e, giusto il giorno prima della radiazione, ha annunciato che terminava la sponsorizzazione di Armstrong. Una decisione fuori tempo massimo, che ha però consentito all’azienda di Portland di ricevere encomi ed elogi per aver scaricato l’atleta. Non risulta però che Nike, a differenza di molte altre aziende, abbia rescisso il legame di sponsorizzazione con Tiger Woods, né tanto meno lo abbia fatto con Kobe Bryant, accusato del peggiore dei crimini: quello di stupro. Ma era il 2003, e l’allora venticinquenne Bryant non era un ex atleta sul viale del tramonto come Armstrong, ma una stella nel pieno della carriera che prometteva di essere una macchina da soldi per molti altri anni a venire. Ecco perché, come chiede Tygart, una volta sbattuto il mostro in prima pagina, prima di applaudire a destra e manca bisognerebbe cominciare a indagare su chi lo ha coperto.