Sono in fila, nella stazione Kropotkinskaja del metro di Mosca. Sto contando i rubli necessari per comprare un biglietto. Costa 28 rubli, ma io sono disordinato e tengo sempre monete e banconote nella stessa tasca. Così tiro fuori una manciata di soldi, a caso, con il risultato che un biglietto da 100 rubli cade a terra.

Non faccio a tempo a chinarmi a raccoglierlo. Un uomo si precipita più velocemente di me. Afferra la banconota, e me la porge con un gesto gentile e umile al tempo stesso.

Ha una barba incolta, ma non lunga, arruffata, con qualche filo bianco. Il viso è largo, scavato, russo come quello dei marinai della Corazzata Potiomkin. L’avevo notato distrattamente, con la coda dell’occhio, mentre mi guardava con intenzione. Io l’avevo catalogato frettolosamente come un candidato mendicante. Cioè come un mendicante che non si è ancora esplicitato come tale. O, peggio, come uno di quelli che colgono l’occasione, cercano il pollo, lo studiano con cura e poi colpiscono. Ce ne sono anche a Mosca, e la Kropotkinskaja, proprio vicino alla Chiesa del Salvatore, è un posto tra i più adatti per i polli.  

L’occasione gliel’ho offerta io, mostrandogli quel fascio di banconote. Penso che un tempo una cosa del genere non sarebbe stata semplicemente possibile. Parlo dei tempi sovietici, ormai così lontani che nessuno se ne ricorda più. Almeno in Occidente. Adesso l’omogeneizzazione, l’amalgama globalizzatore, è tale che i mendicanti, i borseggiatori, i poveri diavoli si vedono con la stessa triste intensità di ogni capitale del mondo. Mosca non fa più eccezione.

Non è che allora non ci fossero i miserabili. C’erano, ma non si vedevano. Erano di meno comunque, erano diversi. Quando si vedevano venivano semplicemente e velocemente tolti alla vista, come si faceva con gli ubriachi, specie d’inverno, perché non morissero assiderati….

Ma lui, questo, i 100 rubli me li ha rimessi in mano. E l’anomalia dev’essere spiegata.

Sarà lui stesso a togliermi l’interrogativo dalla testa. Il mio biglietto spegne il rosso e mi fa accedere lungo lo scalone mobile e velocissimo che mi sprofonda nelle viscere, ai treni che portano alla Biblioteca Lenin, e poi alla Tverskaja. E lui mi segue. Anzi, mi affianca. Non è spavaldo, continua a tenere il capo un po’ piegato sulla spalla sinistra, che gli dà un aspetto tra il curioso e il timido. Ma testardo.

“Lei è uno straniero, vero?” Ovvio che mi ha riconosciuto. Non conosco straniero che possa mimetizzarsi, in Russia, anche se sta zitto. Basta un paio di scarpe, una cravatta. Mille dettagli ti tradiscono. Posso solo dire che, con il tempo, sono diventato io stesso come loro. Nel senso che sono in grado di riconoscere un russo – meglio ancora una russa – a trecento metri di distanza, quando sono in un qualche posto fuori dalla Russia. Dunque siamo pari. Ed è l’unico senso in cui possiamo essere pari. Sto sulle mie. Curioso anch’io. Ma che vuole? 

“Mi fa piacere incontrare un italiano. Proprio oggi ho composto una poesia sul mare di Crimea. Voi avete un mare bellissimo. Posso dirglielo,  anche se l’ho visto solo al cinema. Le va se gliela recito?”

Adesso penso che non siamo pari, niente affatto pari. Come avrà fatto e sapere che sono anche italiano, oltre che straniero? Glielo dico. “Lei ha una faccia nota”, risponde laconico. E comincia a recitare la sua poesia. Io uno scalino di sotto, lui uno scalino di sopra, a voce bassa. Parla e canta, come fanno i russi quando recitano poesie. I versi sono zampillanti, veloci, ironici. Non so se ho capito tutto, ma non importa: mi piacciono. Mi piace come li recita. Il viaggio sarà lungo, c’è un passaggio di stazione, un largo corridoio affollato, che procede  come un fiume scuro,  che ignora la nostra presenza. E lui recita, una seconda poesia, poi una terza. S’interrompe, per timidezza, solo quando prendiamo il secondo convoglio. E’ pieno di gente e, forse, non vuole essere ascoltato. Infatti recita solo per me, per lo straniero, per l’italiano che si porta dietro il suo mare. E’ un regalo? E perché mai dovrebbe farmi questo regalo? Non ho risposta. Ascolto. Diffidente. Questa è una trappola, anche se non vedo da dove potrebbe venire il pericolo. Oppure è un pazzo, banalmente, che vuole parlare, comunicare, sfogarsi.

La Tverskaja con i suoi marmi sontuosi, ci accompagna verso l’uscita. Questa volta io sono sullo scalino superiore e lui, sullo scalino di sotto, ancora mi propone dei versi. “Questa è di Esenin, la conosce? Shaganè, ty mojà, Shaganè, potomu, chto ja s severa, chto li…”. S’interrompe. “No, dovrei recitare dei versi di Pushkin. Qui fuori, sulla piazza, c’è il suo monumento”. Ci ripensa. Riprende Esenin. Come avrà fatto a sapere che è una delle poche poesie russe che un pò conosco? Mistero, un caso.

“Lei, come si chiama?”, gli chiedo. “Boris”- risponde – Boris Mikhailovic”.  

E non aggiunge altro. La scala mobile è ancora lunga. E io non ho ancora capito cosa sta succedendo. Penso che dovrei ringraziarlo. In effetti mi sento in debito. Questo Boris, mi ha regalato mezz’ora di musica, che non gli avevo chiesto.

“Ha un telefono, Boris Mikhailovic? Magari domani possiamo fare colazione insieme, che ne dice?” Scuote la testa, sorride. “Il telefono ce l’ha mia moglie, ma io non vivo più da lei. Ma non importa, è stato un piacere per me”.  Lo guardo meglio. La giacca è logora. I bordi delle maniche, appoggiate sul passamano, sono palesemente lisi. Forse gli potrei fare un piccolo regalo, così per ricambiare.

Infilo la mano nella solita tasca disordinata. Là dentro ci sono, oltre ai rubli, anche quel pò di dollari che bisogna portarsi dietro, non si sa mai. L’intenzione è di dargli 100 rubli. Penso che varranno sì e no, per  comprarsi un hot dog sulla Piazza Pushkin. Sono meno di tre euro. Con i tempi che corrono non ci sta neanche un hot dog. Meglio duecento. Ma non escono duecento rubli, escono cento rubli e cento dollari. Glieli porgo, un pò rammaricato. Ma non oso trattenere la mano. Dietro di me c’è l’intero mare d’Italia. Ho di fronte la Poesia, non Boris Mikhailovic. Accidenti! Cento dollari sono tanti per cinque poesie! Mi sono fregato da solo. Lui, sorridendomi dal basso verso l’alto, mi afferra la mano, guardandosi intorno in fretta, che nessuno abbia visto. E me la chiude nella sua. “Non ho bisogno di nulla. Era un regalo”.

Poi sparisce in mezzo alla gente, senza darmi nemmeno il tempo di riavermi, di dargli il mio numero di telefono, di dirgli addio.