Immaginate una sala di un cinema con 161 poltrone dove siedono ragazzi, giovani, anziani, adulti, bambini e neonati. Chiudete gli occhi e nel momento in cui li riaprite davanti a voi su quelle 161 poltrone occupate da ragazzi, giovani, anziani, adulti, bambini e neonati ci sono solo corpi dilaniati, volti tumefatti, brandelli fumanti, addomi spappolati, crani sfondati, materia celebrare diventata un tutt’uno con il piombo sciolto dei proiettili esplosi.

E’ una raffigurazione raccapricciante. E’ vero. Dà una stretta allo stomaco e guasta i bei propositi che avevate prima di imbattervi in quest’articolo. Mi rendo conto. Scusatemi, davvero. Non vi sto raccontando la trama di un film dell’orrore certo che no. Sono i corpi straziati dai killer che ho visto in tanti anni di cronaca nera. Quei 161 morti accatastati nel cinema, sono morti veri. Sono le vittime innocenti della camorra in quarant’anni di mattanza per le strade di Napoli. Sono le vite umane strappate con immane violenza ai loro affetti dai clan straccioni. Sono le storie dei giusti colpiti dalla barbarie cieca dei gruppi di fuoco che nei decenni si sono affrontati per conquistare per conto dei loro capi, la leadership criminale.

Scusatemi, davvero. Non mi sono fissato. Non voglio essere crudele. Non voglio offendere, né urtare la suscettibilità e sensibilità di nessuno. Credetemi. Mi chiedo: A Napoli è ancora  possibile tollerare e convivere con questo schifo? E’ giusto continuare a far finta di niente? E’ “religiosamente” corretto ricacciare dentro di sè i propri sentimenti? E’ salutare ingoiare il rospo e farsi rubare giorno dopo giorno cuore e anima? E’ “normale” che tutto questo continui ad accadere nella capitale del Mezzogiorno d’Italia, in un paese occidentale tra i soci fondatori dell’Unione Europea? E’ accettabile che per altri quarant’anni non si fermi questa carneficina?

Le cifre sono cifre. Dentro quel  numero “161” ci sono nomi e cognomi, sogni, intelligenze, desideri, amori, speranze, sentimenti, idealità. Dentro quel numero ci sono altri lutti: un padre, una madre, una moglie, un figlio, un fratello, una sorella, una fidanzata, un amico che non abbracceranno più.

Dopo la resistenza al nazifascismo, le vittime innocenti della criminalità in “tempi di pace” rappresentano il più alto tributo di sangue versato dal dopo guerra ad oggi. Capite la gravità, l’orrore, l’assurdità? Questa è una vera e propria guerra a bassa intensità. E’ un’aggressione armata latente. Conquista i territori delle città  ma soprattutto i territori dentro di noi. Ci paralizza. Ci ruba la coscienza. Ci fa girare la faccia dall’altra parte. Siamo schiavi e sudditi dei camorristi.

Il punto caro ministro dell’Interno Cancellieri è sicuramente braccare e acciuffare i killer di Pasquale Romano, il 30enne trucidato sotto casa della fidanzata – in una desolata strada di Marianella alla periferia nord di Napoli – ma è anche innescare una ribellione vera, sentita, partecipata nella gente. Debellare questa merda. Ecco io non ci credo. Dopo Lino a chi toccherà? Ci sono stato in quella maledetta strada-tomba, ho partecipato al presidio, mi sono indignato, ho gridato : “La camorra non vale niente”. Pronunciavo quelle parole arrabbiate ma sapevo di mentire.

La camorra vale a Napoli, tutti lo sanno. Pasquale è stato ammazzato, sfregiato, oltraggiato con 14 colpi di pistola. Due raffiche esplose forse con mitragliette. Sono sicuro che i residenti di quella strada sanno molte cose. Lo so. L’ho percepito. Gli poni la domanda a muso duro: come è possibile che non avete visto e sentito nulla? Bisbigliano intercalari, seminano vocali e consonanti senza sinapsi logiche. Gli occhi si abbassano, lo sguardo si trincera dietro un cellulare. “Devo rispondere, buonasera” e scappano. Azzardo: qualcuno sa perfino chi è stato a sparare. Ne sono certo. Allora continuo a domandarmi: di cosa parliamo? Napoli esiste solo sulla carta geografica ma per un errore di stampa. Non esistiamo più come popolo. Ci siamo estinti nel momento in cui la nostra convivenza si è trasformata in connivenza con la camorra. Qualcuno potrà obiettare: è giusto avere paura. Lo so – e aggiungo – è  umano e giusto avere paura. Quello che non è umano e non è giusto – lo dico laicamente e religiosamente – è continuare ad essere vigliacchi. Questo no! Vigliacchi mai.

Dopo Pasquale Romano – che sento come un fratello più piccolo anche se non lo conoscevo – non voglio  prepararmi spiritualmente al sacrificio del prossimo povero cristo ucciso per errore da chi non ha alcun diritto di togliere la vita ad un cristiano sia esso innocente o colpevole. Alla fine si resta spiazzati, folgorati, commossi di fronte alle parole dei familiari di Pasquale che in punta di dolore ti suggeriscono la risposta che cercavi: “Il mondo non può più girare al contrario. Non bisogna avere paura dei camorristi. Sono loro che devono avere paura di noi. Noi dobbiamo continuare a uscire per la strada a testa alta. Sono loro che si devono nascondere. Noi siamo di più”.