Quando alla fine del megaconcerto di Campovolo sono saliti sul palco tutti e tredici i cantanti e hanno intonato A muso duro, la sorpresa per i 150 mila convenuti, per lo più under 30, è stata grande: un testo potente, anticonformista, coinvolgente, ai più sconosciuto. Infatti la firma in fondo allo spartito era, è e rimarrà, di Pierangelo Bertoli, cantautore di Sassuolo che mai in vita ha ricevuto gli onori che avrebbe oggettivamente meritato.

“E’ stato Claudio Baglioni ad avere l’idea”, spiega Alberto Bertoli, il figlio dell’artista morto a 60 anni, dieci anni fa a Modena, “poi il manager Claudio Maioli me l’ha comunicato chiedendomi di salire sul palco di Campovolo. L’applauso seguito alla presentazione di Baglioni mi ha fatto capire che mio padre non era noto a tutti: un cantante di nicchia che ha lasciato traccia nella musica e con la sua testimonianza dal palco ha fatto qualcosa per l’emancipazione sociale. Chi non l’aveva mai ascoltato, dopo quella sera ha fatto un giro sul web più volentieri per cercare altre informazioni”.

Trent’anni di carriera che dalle parti di Genova avrebbero definito “in direzione ostinata e contraria”, uno stile musicale e un timbro inconfondibile, per una poetica impegnata, ricca di rimandi letterari e poetici ai problemi etici e morali: “Sfogliando i suoi quaderni dei primi anni sessanta si capisce che il suo è stato un work in progress, ha studiato la musica, ha cercato una sua forma espressiva, arrivando poi allo stile che prediligeva” – continua Alberto – “ascoltava Bob Dylan e i cantautori italiani come Sergio Endrigo, Gino Paoli, Luigi Tenco. Anche il modo di cantare è mutato nel tempo. Nelle prime incisioni teneva le note lunghe come i neomelodici e quando lo riascoltammo dopo anni, in famiglia lo prendevamo sempre in giro”.

L’esordio ufficiale di Bertoli ha dell’epico e ha ancora il sapore di quella terra emiliana dove giustizia sociale e arte si mescolavano in modo naturale: “Mio babbo alla fine degli anni sessanta aveva idee filomarxiste. Mi diceva sempre ‘tu non sai cos’era il fermento del ’68 ’. Finì nell’Unione Comunisti Italiani di Aldo Brandirali e registrò il suo primo album, Rosso colore dell’amore, poi fece anche una tourneé nella Germania Est, dove prima dell’esibizione c’era qualcuno che traduceva i testi. L’idealismo marxista era facilmente condivisibile, ma non atroce come la misero in pratica in Urss. Poi uscì da questo partito quando entravano nei supermercati a fare espropri proletari e lo fece scrivendo uno dei suoi brani più alti: Srotolando le parole. L’attacco fa: ‘Il sole traccia trappole di luce e arabeschi di colore’ ”.

Eccolo allora arrivare alla corte della CGD di Caterina Caselli, anno 1976, l’album è Eppure soffia, un inno all’ecologismo in pieno delirio nucleare: “Il campanilismo fece molto. Anche se la Caselli è mezza milanese, è sempre rimasta molto legata alla sua terra. Si convinse della bravura di mio padre ascoltando Roca Blues, album con brani in dialetto sassolese, merce di scambio tra il presidente della squadra di calcio della Sassolese: io ti produco il disco, tu mi scrivi l’inno della squadra. Caterina ne fu folgorata, tanto che anni dopo incisero un altro album in dialetto e cantarono in duetto molti brani di quel disco”.

A cavallo tra gli anni settanta e ottanta Bertoli esplode e diventa popolare. Dischi come A muso duro (1980) e Certi momenti (1981) dimostrano la sua schiettezza e capacità di prendere una posizione politica senza troppi tentennamenti: “Nei primi anni ottanta era ancora molto arrabbiato, lanciava ancora invettive precise. Per lui erano importanti i diritti e le libertà delle persone, il fatto che non venissero rispettati era una cosa che non sopportava. Certi momenti trattava il tema dell’aborto, A muso duro fu il suo no forte e chiaro allo show business. Ma duettò anche con molte cantanti e Pescatore cantata con Fiorella Mannoia divenne talmente celebre che una volta mentre viaggiava in aereo sentì due signore che parlavano di lui. Una diceva all’altra: ‘ma quel signore lo conosco’ e l’amica ‘è un cantante che scrive canzoni per donne’. Mio padre raccontava sempre questo aneddoto, ne andava molto fiero”.

Poi arrivano i rampanti anni ottanta, il tessuto sociale dell’Italia si slabbra, la musica diventa merce e prodotto di consumo in pochissimi istanti e Bertoli cede ad un pezzo sanremese, era il 1992, ma regala Italia d’oro, un brano che racconta di corruzione e malaffare, dell’abbandono della legge e della moralità in Italia, pochi giorni prima che esploda mediaticamente Tangentopoli: “Non fu affatto un veggente, la corruzione imperava da parecchi anni e tutti credevano nel mondo delle favole offerte da Bettino Craxi. Mia madre era figlia di partigiani e mio padre si era sempre interessato di politica: per loro fu una botta tremenda che investì quello in cui avevano creduto. Tra l’altro a metà anni ottanta venne ad un concerto un senatore socialista. Entrò nel camerino, fece un sacco di complimenti, poi propose una candidatura in Parlamento a mio padre: ‘se ti candidi con noi verrai eletto’. Un attimo prima che lo mandasse al diavolo, rispose mia madre dicendogli ogni improperio possibile”.

Ma Bertoli è stato anche talent scout, a partire da Ligabue, che proprio ieri ha ringraziato Bertoli sulla sua pagina Facebook per averlo aiutato ad iniziare e per aver creduto in lui: “Maioli portò a casa nostra una cassettina con le canzoni incise da Luciano. Mio padre disse subito che aveva talento, scrissero insieme a lui alcune canzoni poi lo presentò alla Caselli che però dopo un provino lo rifiutò. Eppure mio padre credette in lui e incise Figlio di un cane e Sogni di rock and roll. Fino a quando decide di produrre l’album a Ligabue chiedendo aiuto all’amico Angelo Carrara. Una volta in sala d’incisione Carrara chiamò mio padre e gli disse che avrebbe pagato lui l’intero disco. Il resto è storia. Ligabue è nato così”.

A dieci anni dalla morte il ricordo di Bertoli è stato affidato ad un concerto che si è tenuto il 29 settembre a Modena con Enrico Ruggeri, Luca Carboni, Marco Masini, Gerardina Trovato. Poi l’omaggio inatteso di Campovolo: “Anche Fabio Fazio voleva farci una puntata speciale, poi è arrivata la conduzione di Sanremo ed è tutto rimasto in sospeso. Però se c’è qualcosa in cui spero è di riuscire a portare a termine il docufilm sulla sua vita che ho preparato con alcuni amici. Per ora ho bussato molte porte, tutte chiuse peraltro, ma come mio padre continuerò sulla mia strada, senza modificare il mio progetto, alla ricerca di un finanziatore”.