Lo scandalo è quotidiano, il peccato originale è antico, ma i politici di mezza Italia provano ancora oggi a mettere tutto a tacere sotto il comodo coperchio della privacy. Ma non è detto che non salti. E’ già successo. Per questo il Fatto Quotidiano ha scritto nei giorni scorsi una richiesta di parere formale all’Autorità Garante per la privacy per sapere in via ufficiale e definitiva se i gruppi parlamentari e regionali possono negare l’accesso ai rendiconti delle spese. Su questo parere si gioca una risposta che gli italiani aspettano da molti anni: com’è possibile che i soldi siano pubblici quando entrano (nelle casse dei partiti, dei gruppi parlamentari o regionali) e privati quando escono? Che sia così, non c’è dubbio. Il caso Lazio è venuto fuori non grazie ai controlli ma incidentalmente. Sono state le faide interne al Pdl a far emergere un ladrocinio capace di dilapidare in due anni 30 milioni di euro.

In altre regioni sono in corso accertamenti perché si sospetta che il sistema Lazio sia diffuso su scala nazionale, con milioni di euro spesi dai politici locali fuori controllo. Fare chiarezza in alcuni casi sarà praticamente impossibile perché la contabilità, semplicemente, non c’è. In otto regioni su 21 i regolamenti prodotti dalle stesse assemblee hanno sollevato i gruppi dall’obbligo di conservare la documentazione contabile. Fatture, ricevute e scontrini materialmente non ci sono più. E i controlli? Anche quando sono previsti sono solo formali, gli uffici di presidenza e la Corte dei Conti non entrano mai nel merito delle spese fatte. In pratica, ad oggi, non c’è nessuno che vada a vedere se agli importi dichiarati nei consuntivi corrispondano spese legittime o di altra natura. Ecco perché tocca alla Finanza. La politica intanto sta alla finestra, sperando che sotto non bussino le divise verdi.

E anche quando è invitata a fare un passo avanti nella trasparenza, ne fa due indietro. La scorsa settimana abbiamo tentato un esperimento. Abbiamo chiesto a tutti ai capigruppo che siedono in Regione Lombardia, già teatro di Tangentopoli e con gli attuali vertici sotto indagine, un atto di coraggio e di trasparenza: se non c’è nulla da nascondere, tirate fuori le carte. Abbiamo anche formalizzato una richiesta di accesso agli atti ai sensi della legge 241 del 1990. A parte Idv e Sel tutti gli altri (PdlPdLegaUdc) si sono tirati indietro giocando la carta della privacy. A dargli manforte un parere dell’ufficio legale della Regione Lombardia (leggi) che di fatto rimette ai singoli gruppi la scelta. Perché il dilemma, irrisolto, e attiene alla natura stessa dei partiti e dei gruppi di qualsiasi livello istiuzionale. Lo scrive con parole profetiche una sentenza del consiglio di Stato (sotto): “La natura ambigua dei partiti e dei gruppi parlamentari è una caratteristica ineliminabile, ma non è priva di conseguenze spiacevoli: il lato ‘privato’ dei gruppi toglie trasparenza anche al loro lato pubblico, istituzionale”. Tre righe che sembrano scritte oggi ma hanno vent’anni. Sono tratte dalla sentenza n. 932 del 28 ottobre del 1992 con la quale il Consiglio di Stato tentò di dirimere un contenzioso relativo all’assunzione sospetta di una consigliera regionale in Molise.

C’era ancora il Partito Liberale e il Palazzo di Giustizia di Milano era la asserragliato dai giornalisti. Erano gli anni di Mani Pulite. Oggi quella sentenza che auspicava un chiarimento sulla natura giuridica dei partiti (e dei gruppi parlamentari e regionali) riemerge dai sotterranei di via della Farnesina all’Eur come cosa nuova. Nessuno se ne è più occupato. E siccome il tempo da solo non cambia le cose (e neppure la geografia e i modi della politica), vent’anni dopo siamo da capo. Tanto che proprio al Pio Albergo Trivulzio, dove a febbraio del 1992 nacque l’inchiesta madre con l’arresto di Mario Chiesa, lo scorso febbraio è andato in scena un refrain dei tempi moderni. Stesso posto e stesso problema.

Lo scandalo è quello delle case assegnate agli amici dei politici, i vertici dell’istituto si trincerano dietro la privacy per non fornire l’elenco dei beneficiari ai giornalisti. Il Garante, interpellato dai consiglieri comunali intenzionati ad andare fino in fondo con una pronuncia del 16 febbraio (leggi) chiarì che “la normativa sulla protezione dei dati personali non rappresenta un ostacolo alla trasparenza amministrativa, specie laddove quest’ultima riguardi il corretto utilizzo di beni e risorse da parte di soggetti pubblici”. Logico pensare che il principio valga anche per i gruppi parlamentari e consigliari. A breve il nostro quesito troverà risposta e allora rifaremo la domanda: “Gentile consigliere, dato che la motivazione giuridica della privacy non vale (e lo dice il Garante), perché non ci mostra le carte?”.