Per gli italiani l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore Christopher Stevens, rimanda a febbraio del 2006. La memoria corre alle immagini dell’allora ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli, che sorridente in televisione si sbottona la camicia mostrando al pubblico una maglietta con stampate alcune vignette considerate blasfeme dai musulmani. La reazione nella città che a febbraio dello scorso anno fu la culla della sollevazione che portò alla caduta di Muammar Gheddafi fu l’assalto al consolato italiano. Il bilancio della repressione contro i manifestanti fu di undici morti e decine di feriti. Il colonnello Gheddafi, allora ancora al poter si scagliò contro il ministro definito fascista e colse l’occasione di chiedere risarcimenti all’Italia per il passato coloniale. Calderoli fu costretto alle dimissioni sebbene nei giorni delle violenze disse di non essere pentito per quel gesto. Lo fece solo successivamente.

Ieri a far scattare la rabbia dei manifestanti a Bengasi come al Cairo, dove per prime sono iniziate le manifestazioni, è stato il film, “L’innocenza dei musulmani” dell’israeliano-statunitense Sam Bacile il cui trailer sta girando su internet. Ed è proprio con il tam tam su internet e su Facebook, e senza aver visto il filmato, che si è diffusa l’accusa di blasfemia contro la pellicola che racconta la vita di Maometto, toccando temi quali la pedofilia e l’omosessualità. “Si tratta di un film politico”, ha spiegato il regista, che non ha mai negato la sua ostilità verso l’Islam definito un cancro, contattato telefonicamente dal quotidiano britannico Guardian. Bacile ha ammesso di sentirsi colpito dalla morte del personale statunitense, ma ha criticato anche le misure di sicurezza della rappresentanza diplomatica. Per Steve Klein, consulente per il film, Bacile rischia di essere un nuovo Theo Van Gogh, il regista olandese ucciso da un estremista nel 2004 per il suo film “Submission”, ritenuto un’offesa all’Islam.

Sempre nei Paesi Bassi a scatenare le reazioni del mondo musulmano fu nel 2008 “Fitna”, cortometraggio anti-islamico del leader di destra Geert Wilders che in diciassette minuti di documentario cercò di dimostrare il carattere, a suo dire fascista, dell’Islam e paragonò il Corano al Mein Kampf di Hitler. Wilders fu anche tra i fautori della diffusione nei Paesi Bassi di una serie di caricature di Maometto che a settembre del 2005 il quotidiano danese Jyllands Posten pubblicò per primo scatenando proteste da Damasco a Giacarta, dal Marocco alla Malaysia. 

Negli sviluppi del caso, lo scorso giugno quattro uomini – tre svedesi e un tunisino- sono stati incriminati per terrorismo con l’accusa di voler colpire il giornale. Mentre lo scorso anno un cittadino somalo fu condannato a 10 anni di carcere per aver fatto irruzione con un’ascia a casa di uno dei fumettisti. Un terzo uomo di origine cecena fu invece condannato a 12 anni di carcere nel 2010 per aver costruito una bomba carta che esplose mentre la stava assemblando in un albergo di Copenhagen. Lo scorso febbraio il ritrovamento di alcune copie del Corano bruciate nella spazzatura della base di Bagram in Afghanistan scatenò la reazione della popolazione. Il bilancio di sette giorni di proteste fu di almeno 29 morti e anche in questo caso ci fu il tentativo di assalto al consolato statunitense. Poco più di un mese dopo l’allerta tornò ai livelli massimi per l’assalto alla sede Onu di Mazar-e-Sharid, nel nord del Paese, in cui persero la vita 12 persone tra operatori Onu, guardie e dimostranti. La scintilla delle proteste fu un articolo del settimanale tedesco Der Spiegel e le foto del rogo di copie del Corano organizzato in Florida dal pastore Wayne Sapp con la partecipazione del già noto reverendo Terry Jones, salito alla ribalta a settembre del 2010 quando minacciò, ripensandoci, di bruciare copie del libro sacro dell’Islam per commemorare il nono anniversario degli attentati alle Torri Gemelle.

E a distanza di oltre vent’anni non ha smesso di infiammare gli animi dei musulmani lo scrittore Salman Rushdie. Lo scorso gennaio l’autore dei “Versi Satanici”, opera che gli costò una fatwa che ne decretò la condanna a morte, fu costretto a rinunciare alla partecipazione al festival letterario di Jaimpur, in India, su pressione e minaccia dei fondamentalisti.

 di Andrea Pira