Ormai è un mese che non scrivo sul blog. Avevo promesso nel mio post precedente di fornire costanti aggiornamenti sul mio viaggio ‘nell’estremo occidente’ ma non c’e’ l’ho fatta, sono stato completamente risucchiato dalla strada. Non so ancora, quindi, se i miei appunti, gelosamente custoditi nel mio diario, diventeranno davvero una serie di articoli. Però seduto in un caffè di Austin ho sentito l’impeto di tornare a scrivere.

Per le strade di Buenos Aires, guardando sulle colline che circondano Rio de Janeiro, facendo una corsetta nella periferia di Denver, osservando Juarez dalle montagne che circondano El Paso, girovagando in un quartiere ricchissimo di Austin, il mio pensiero è andato al mio libro, e a quanto spesso ‘noi accademici’ siamo cosi assorbiti dai numeri che non facciamo più caso alla realtà, alla miseria e nobiltà di quello che ci circonda. Ho provato un senso d’infinita vergogna ad aver passato tanto tempo a studiare le disuguaglianze senza aver mai visitato il Sudamerica.

Certo il coefficiente di Gini, gli indici di mobilità, i tassi di redistribuzione del welfare state, danno un’immagine chiara di quello che succede in Argentina e in Brasile, ma vedere gente che vive senza elettricità e senza fogne a cinquecento metri da un centro finanziario pieno di grattacieli sarà un’immagine che porterò sempre con me; quello che scriverò non potrà più essere lo stesso.

Però c’e’ anche un’altra cosa che ho imparato. E’ proprio dove le disuguaglianze assumono il connotato più assurdo che c’e’ speranza. C’e’ speranza, la speranza di tornare a sentirsi uomini. Questa sensazione l’ho avuta a El Paso, al confine estremo tra Texas e Messico. Un’alta cancellata divide El Paso da Juarez, una cancellata divide il sogno americano da una delle più violente e disperate zone del pianeta. A prima vista tutto questo mi ha scioccato. Ma poi, progressivamente ho dismesso i panni di sociologo e sono tornato a vestire quelli di uomo.

Nel punto più alto di El Paso al tramonto si può scorgere tutta la barriera che divide le due città, guardare e ‘odorare’ Juarez, in tutta la sua povertà e differenza con il sogno americano. E’ proprio in quell’istante con il cielo che cambia 1000 tonalità di rosso e azzurro, che si può scorgere solo in mezzo al deserto, che, inaspettatamente, ho ritrovato me stesso.

Durante il giorno il calore è tremendo; nessuno gira per le strade, ma al tramonto la vita riappare come per magia. Ci si siede fuori dalle casette in tipico stile messicano a godersi le montagne e il cielo cosi fantastico e mutevole. E allora la mia corsa è diventata un viaggio negli odori e nella vita di quella gente. Ho gustato il loro cibo, ho sentito le grida dei bambini che corrono nei cortili, e per un attimo la povertà e le disuguaglianze sono svanite; svanite assieme a quell’orribile cancellata che divide i due paesi. In quel preciso istante, il mio peregrinare per questi luoghi desertici ed estremi ha assunto valore, perfino quell’orrenda cancellata e quelle povere case sono diventate necessarie e vere, quasi come se tutto avesse significato per il solo fatto di esistere.