Il fantasma di Palmiro Togliatti torna a dividere il Pd e a movimentare il dibattito politico agostano nell’era della crisi e dello spread. Lo ha evocato sull’Unità lo storico Michele Prospero, in occasione del 48esimo anniversario della morte del “Migliore”, tracciandone un ritratto più di luci che di ombre e concludendo che il partito “sbaglierebbe a rinunciare a questo confronto storico-critico, magari in ossequio a coloro che vorrebbero eliminare il contributo dei comunisti italiani, non solo dal patrimonio culturale dei Democratici di oggi, ma dall’intera storia nazionale”. L’articolo dello storico ha innescato una reazione a catena che arriva a scuotere l’oggi, fino a far dire a un esponente di primo piano del partito, il prodiano ex Margherita Arturo Parisi, che “il tempo del Pd come partito aperto a tutti è finito”. E naturalmente ha spalancato un’autostrada per le immancabili dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto, il capogruppo Pdl alla Camera che pure, svezzato decenni orsono nella sinistra socialista, non ha mai manifestato alcun disagio ad accompagnarsi con i nostalgici di Benito Mussolini (e in alcuni casi di Adolf Hitler). “Casini condivide?”, domanda provocatoriamente Cicchitto.

Il punto, ovviamente, è la vicinanza di Togliatti all’Unione sovietica di Stalin. Vicinanza che Prospero non nasconde: “Non che rinunciasse a sfruttare il mito ancora caldo della presa del Palazzo d’Inverno e a rivendicare le gesta della marcia liberatrice dell’esercito rosso”, scrive sull’Unità del 22 agosto. “Ma egli utilizzava il mito di un mondo radicalmente altro come una forma di emozionale coinvolgimento della massa, senza rimanerne prigioniero nel momento della invenzione politica distaccata”. E infatti, secondo lo storico, “l’opzione democratica e pluralista nel leader del Pci (per quanto concerne poi i quadri e i militanti è un’altra faccenda) fu precoce e priva di reticenze”.

Materia ormai da storici, appunto, a parte il dettaglio che un alto dirigente del Pci dell’epoca siede oggi alla presidenza della Repubblica. Giorgio Napolitano entrò nel Comitato centrale nel 1956 proprio grazie all’appoggio di Togliatti. Echi di quegli anni lontanissimi tornano periodicamente quando viene rinfacciato a Napolitano l’appoggio all’invasione sovietica in Ungheria, di cui negli anni successivi il presidente – che poi diventò leader della corrente migliorista, la “destra” del Pci vicina al Psi di Bettino Craxi – ha fatto ampia ammenda.

Nel bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieni dei rapporti tra Togliatti e Stalin, Parisi vede quello mezzo vuoto. E sull’Unità del 25 agosto ricorda che già in passato aveva chiesto al segretario Bersani di “riconoscere l’infondatezza di una celebrazione che riconoscesse a Togliatti lo status di progenitore del Pd”. Senza ottenere risposta, che oggi vede nell’articolo di Prospero. Dal quale conclude: “La celebrazione di quest’anno ci dice che il tempo del Pd come partito ‘aperto a tutti’ è finito”. Quindi “è bene che la democrazia torni a riconoscersi come somma di partiti dei quali dei quali sia possibile riconoscere l’organizzazione, la struttura di comando e l’identità a partire dalla propria storia e dalla eredità del passato”.

Così l’apparentemente innocuo 48esimo anniversario della morte di Togliatti fa suonare il de profundis per l’idea fondativa del Pd, per il sistema maggioritario e per le aggregazioni politiche più o meno forzate sorte dalle macerie della Prima repubblica. E apre il dibattito sulla questione, questa attualissima, della natura dei partiti italiani di oggi: figli, salvo poche eccezioni delle ideologie del Novecento, ma catapultati in un mondo totalmente nuovo. Non vale solo per il Pd, basti pensare alla massiccia retorica anticomunista periodicamente riesumata da Berlusconi e dal Pdl, peraltro erede diretto del pentapartito pre-Mani pulite con l’aggiunta dell’Msi a suo tempo sdoganato. La questione è posta nell’ultima puntata (per ora) del dibattito sull’Unità, a firma di Gianni Cuperlo, deputato del Pd e già portavoce di Massimo D’Alema. Che oggi replica a Parisi affermando che “i partiti non si inventano”. Perché “starebbe a dire che si possono immaginare, e modellare come il pongo, aggregazioni anche robuste di donne e uomini, sentimenti e tradizioni, principi, culture, in virtù di uno spirito illuminato. Ma illuminato da chi?”.