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Elezioni in Brasile, Bolsonaro Jr insidia Lula col sostegno di Trump e Netanyahu. In gioco il 50% del Pil sudamericano e il 60% dell’Amazzonia

Il figlio dell'ex presidente dell'ultradestra ha iniziato la sua campagna all'attacco delle politiche dell'attuale leader brasiliano, ma i dati su lavoro, Pil e deforestazione sono dalla parte di Lula. Che lancia la sfida a Usa e Big Tech
Elezioni in Brasile, Bolsonaro Jr insidia Lula col sostegno di Trump e Netanyahu. In gioco il 50% del Pil sudamericano e il 60% dell’Amazzonia
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Bandiere degli Usa e di Israele sventolavano nella spiaggia di Copacabana, a Río di Janeiro, durante il lancio della campagna elettorale di Flávio Bolsonaro, senatore per il Partito liberale, figlio dell’ex presidente Jair e unico leader di destra in grado di sfidare il presidente uscente Luiz Inácio Lula Da Silva. Le bandiere a stelle e strisce e con la stella di Davide non erano lì a caso, ma anticipavano il riallineamento del Brasile con “due soci fondamentali” sotto l’eventuale presidenza di Bolsonaro. “Io sono l’unico – dice il senatore – che può sedersi con gli Stati Uniti, con la Cina, con Israele, con il Medio Oriente, con l’India e con l’Argentina e stringere i migliori e più grandi accordi commerciali per il bene della nostra nazione”.

Bolsonaro Jr. si è recato almeno sei volte negli Usa nel 2026, è stato il primo pre-candidato brasiliano ricevuto da un presidente Usa, Donald Trump, a ridosso della campagna elettorale e promette di ottenere la sospensione o il rinvio dei dazi del 25% sui prodotti brasiliani. E Trump lo asseconda – nonostante sia indagato per i 10 milioni di dollari finanziati dal banchiere Daniel Vorcaro a sostegno del film di propaganda Dark Horse – definendolo un “giovane intelligente che ama molto il suo Paese”. Lo sostiene anche Benjamin Netanyahu, il premier israeliano, che esprime i complimenti a Bolsonaro e dice: “Sei un campione”. E poi: “Io so che farai volare in alto il Brasile”.

Vale tutto per strappare il colosso sudamericano dalle mani del leader progressista Luiz Inácio Lula Da Silva, il cui governo – dice Bolsonaro – rappresenta “il cammino delle tenebre” e “preferisce litigare con le grandi potenze straniere (gli Usa, ndr) anziché combattere le gang criminali che presidiano le nostre strade”. Il delfino – che promette guerra ai narcos, tagli della spesa pubblica e più licenze estrattive nell’Amazzonia brasiliana – accusa Lula di distruggere “l’economia familiare, indebitando i brasiliani e portando al fallimento le imprese dello Stato”. Eppure, le statistiche dicono il contrario: dal gennaio 2023 al giugno 2026 il governo brasiliano ha creato 10,1 milioni di posti di lavoro formali e il tasso di disoccupazione è calato al 5,4%. Nello stesso periodo si è registrata una crescita media annua costante di quasi il 3% del Pil e un calo di oltre il 30% dei tassi di deforestazione illegale nell’Amazzonia, in netta controtendenza con il governo di Jair Bolsonaro. L’obiettivo è quello di azzerare la deforestazione entro il 2030: “Se manterremo questo ritmo – dice Lula -, con serietà e mettendo a disposizione le risorse necessarie, potremmo raggiungere questo traguardo”.

Per il momento i sondaggi dell’Istituto Nexus danno Lula in vantaggio, con 41% delle intenzioni di voto, mentre Bolsonaro è al 36%. Segue il candidato socialdemocratico Ronaldo Caiado, che al momento detiene un 5% di consensi e ha già anticipato che non sosterrà Lula “in nessuno scenario elettorale” e non ha ancora chiarito se sosterrà o meno l’ultradestra. Lula avrebbe la meglio su Bolsonaro anche in caso di ballottaggio (43% a 40%) secondo il sondaggio nazionale Quaest pubblicato lo scorso 14 agosto. Tuttavia, il leader progressista dovrà fare i conti con l’ostilità dell’amministrazione Trump. “Chiunque si metta in mezzo alle elezioni brasiliane ne prenderà tantissime – ha avvertito Lula durante il comizio di apertura della sua campagna – Colui che governa questo Paese sono io, colui che comanda in questo Paese è il popolo brasiliano”. Dietro le quinte, il Partito dei lavoratori teme che gli algoritmi, manipolati dalle Big Tech, finiscano per favorire l’ultradestra di Bolsonaro. In risposta, i sostenitori di Lula hanno allestito una Situation room digitale che monitorerà flussi e reti di disinformazione, animate da Bot o investimenti pubblicitari esteri. E le Big Tech, si sa, giocano duro nell’arena politica brasiliana: i dazi Usa sul Brasile nascono su loro richiesta, in risposta alla tassa minima voluta da Lula sulle multinazionali estere, e il Fake News Bill (PL2630) è saltato a forza di lobbying sui deputati dell’ultradestra.

Sullo sfondo della campagna elettorale c’è la crisi diplomatica Usa-Brasile: poche settimane fa Brasilia ha negato il visto di due funzionari Usa, Riley M. Barnes e Samuel Samson, intenti a effettuare un’ispezione non autorizzata sul voto elettronico nel Paese sudamericano. In seguito, Trump ha revocato il visto dell’ambasciatrice brasiliana Maria Luiza Ribeiro Viotti. “Un atto irresponsabile e impensato per un Paese con oltre 200 anni di tradizione diplomatica”, ha replicato il Brasile. Lula ha inoltre rinviato l’agrément del nuovo ambasciatore Usa Daniel Perez: “Se ne parla dopo le elezioni”.

Ma siamo solo all’inizio. E gli Usa sono disposti a tutto pur di riallineare il Brasile ai suoi interessi: in palio il 50% del Pil sudamericano, il 60% dell’Amazzonia e la terza riserva mondiale in minerali strategici (valutata in circa 22 milioni di tonnellate), nonché l’ultima frontiera della guerra fredda Washington-Pechino nell’emisfero occidentale.

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