Antonio Di Pietro ha definito come “inaccettabili” le parole del premier Mario Monti, che in una intervista a Tempi ha bollato come “grave” il caso delle telefonate di Giorgio Napolitano intercettate dalla Procura di Palermo nell’affaire trattativa stato-mafia. “Non sono gravi” le intercettazioni su Napolitano “che in realtà non sono mai state disposte”, secondo  il leader dell’Idv, ma lo è il fatto che “il cittadino Nicola Mancino, ex presidente del Senato, abbia chiamato il Capo dello Stato per chiedere un intervento sui giudici siciliani che stavano valutando la sua posizione processuale”. Per questo motivo l’ex magistrato quindi ha descritto come non accettabili le dichiarazioni del premier che “pur di difendere l’indifendibile capo dello Stato, manipola la realtà, affermando che Napolitano sia stato intercettato, invece ad essere intercettato è stato soltanto il cittadino Mancino”.

“Non c’è stato alcun abuso da parte di chi ha messo sotto controllo le utenze telefoniche – prosegue Di Pietro – piuttosto l’abuso è stato commesso da Mancino e da coloro che gli hanno dato retta. Ribadiamo la totale inopportunità non solo del conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato, in relazione ad una materia così delicata, ma – conclude – anche dell’intervento preannunciato da Monti, volto a fermare le indagini della magistratura e a delegittimare il suo operato”.

Sull’argomento è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale stampa italiana, il sindacato dei giornalisti, Roberto Natale, che chiede di non utilizzare il grimaldello della vicenda sulle ntercettazioni che hanno coinvolto il Presidente della Repubblica per varare una legge che restringa gli spazi della cronaca giudiziaria. Natale sostiene che “la specifica vicenda delle intercettazioni non può essere usata come pretesto. E’ bene ricordarlo al presidente del Consiglio, ora che anche la sua voce si unisce alla campagna contro le intercettazioni”. Infatti – ha continuato il sindacalista il capo del governo – “aveva a disposizione evidentissimi spunti di cronaca per affrontare la questione in modo meno univoco”. Ad esempio le intercettazioni e la pubblicazione che hanno permesso di sapere cosa sia successo all’Ilva di Taranto, “quali oscure manovre siano state messe in atto a danno della salute dei cittadini, come si siano comportati dirigenti di azienda e funzionari pubblici”. Quindi il presidente della Fnsi ha concluso bacchettando Monti: “Parlare di intercettazioni solo in termini di abuso, come fa anche Monti, rivela tutta la strumentalità dell’approccio al tema. Valuti il presidente del Consiglio se tra le urgenze di questi ultimi mesi di legislatura debba proprio essere inserito un provvedimento che assumerebbe inevitabilmente l’aspetto della punizione per magistrati e giornalisti che fanno il loro dovere”. Infine è arrivato l’ammonimento da parte del sindacato che ha minacciato di ricorrere “rapidamente nelle prossime settimane a quella stessa grande mobilitazione di cittadini e giornalisti che già negli anni scorsi ha consentito di respingere ogni restrizione al corretto esercizio del diritto-dovere di cronaca. Politico o tecnico che sia il bavaglio non è accettabile” .

Stop anche da Magistratura Indipendente (corrente moderata delle toghe italiane): “Una nuova normativa sulle intercettazioni – afferma il segretario Cosimo Maria Ferri – non serve per accelerare e migliorare la qualità ed i tempi della risposta di giustizia. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile ed è assurdo parlare di modifica dei presupposti, perché si indebolirebbe l’attività investigativa”. Secondo Ferri “è giusto, invece, vigilare sulla corretta applicazione di tali presupposti ed intervenire con nuove norme sul divieto di pubblicazione degli atti coperti da segreto, sulla distruzione delle telefonate non rilevanti penalmente ed a maggior ragione di quelle che riguardano persone estranee al procedimento. Riforme? Ben vengano, anzi la magistratura le auspica – conclude Ferri – ma che siano quelle giuste e nell’interesse della giustizia e della ricerca della verità processuale”.